Yesterday Facebook announced a new set of social plugins. Here’s the code to put the like/recommend button directly in your Wordpress posts. It’s very easy, just cut and paste this code into Single Post (single.php) in the theme editor:
I would recommend to place it right after the post, just before the comments, which on my wordpress is the line just before
<?php comments_template(); ?>
You may visit facebook Like button to customize it further. Just remember to change, in the code provided there, the “URL to like” with < ?php echo urlencode(get_permalink()); ?> right after the ?href= and right before the & amp;
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E’ interessante notare come due importanti aziende italiane approccino la cura della propria identità in Rete.
La prima, Esselunga, lo fa con un efficacia encomiabile.
La seconda, Fastweb, non si preoccupa affatto della mole di proteste che genera.
Spendere centomila euro in Brand Reputation online frutta di più che spenderli per qualche pubblicità sul Corriere della Sera. Oggi la percezione dei consumatori è che ciò che leggono su forum, blog autorevoli e siti speciaizzati corrisponda al Vero. Ciò che mi racconta un brand in una pubblicità può non essere vero. Aggiungiamo anche la considerazione che ciò che è scritto online rimane, mentre il giornale si butta nel cestino a fine giornata.
Porto ad esempio due casi, relativi a due post publicati su topusability.com, uno dove si parla negativamente di esselunga, nell’altro di fastweb.
Nel primo caso una schiera di improbabili ma credibili sostenitori, imbeccati e provocati dall’autore (io), difendono esselunga a spada tratta. I commenti vengono nella maggior parte dei casi da indirizzi IP appartenenti allo stesso network, cosa che non prova assolutamente nulla, ma che mi fa pensare che non si tratti di normali clienti sparsi qua e là per il paese, quanto piuttosto a persone che lavorano sulla Brand Reputation di Esselunga. Il post ha ricevuto 44 commenti, di cui soltanto uno negativo nei confronti di esselunga.
Situazione diametralmnte opposta per fastweb. Un articolo informativo si è presto trasformato in una caccia alle streghe, con commenti pieni di insulti e persone insoddisfatte pronte a parlar male. Fastweb non ha mai dato una risposta ufficiale - sto parlando di un articolo che si posiziona secondo su google per la kw “disdetta fastweb”, quindi piuttosto rilevante per il business di fastweb. La totale assenza di digital PR ha portato alla presenza di 118 commenti, praticamente tutti negativi.
Ieri - mercoledì 14 novembre 2007 - Chris Anderson era a Milano, all’hotel four season per parlare del suo libro “The Long Tail: why the future of business is selling less of more” che fa seguito all’articolo pubblicato sul magazine Wired nell’ottobre del 2004.
Ho di recente letto The Long Tail e ho pensato di non perdermi l’occasione per un dibattito aperto con Mr Anderson.
Che cos’è la long Tail (lunga coda) - in breve
Per coloro che non avessero letto il libro o l’articolo di Anderson, faccio un riassunto dei punti salienti.
E’ in atto uno spostamento culturale da un mercato di massa a un mercato di nicchia. L’alba della comunicazione di massa (stampa e radio agli inizi del secolo scorso, e in seguito la TV) ha visto un’opportunità senza precedenti e l’ha sfruttata scientificamente: il costo marginale di raggiungere l’enne + 1-esimo utente/spettatore una volta raggiunto l’ennesimo è praticamente zero. Cosa vuol dire? Che fare un programma televisivo ha lo stesso costo di produzione sia che lo vedano 1.000 persone, sia che lo vedano in 100.000. Chiaramente i ricavi nel secondo caso saranno 100 volte maggiori. Come faccio quindi a massimizzare il guadagno? Faccio un programma che la maggior parte degli spettatori voglia vedere, andando a colpire il minimo comune multiplo, la più ampia intersezione dei gusti personali. Di riflesso questo porta alla nascita della cultura di massa.
La scelta limitata nello spazio (numero di canali televisivi) e nel tempo (la giornata di 24 ore) ha schiacciato il valore della diversificazione. Questo fenomeno è conosciuto come il fenomeno degli hits, dei blockbuster, dei best seller.
In questi ultimi anni, soprattutto grazie all’avvento della Rete, stiamo assistendo sempre di più a un mercato dalle scelte infinite, con economie e caratteristiche profondamente diverse da quelle del mercato di massa. Possiamo scegliere infiniti prodotti, che ci arrivano direttamente a casa o che fruiamo direttamente online, che dobbiamo solo “trovare”. La rete ha bisogno di filtri per creare ordine e permetterci di trovare quello che cerchiamo. Oggi questi filtri esistono - google docet - soprattutto nella forma di networking sociale, selezioni basate sul comportamento degli altri utenti e raccomandazioni.
La lunga curva (long tail) è la rappresentazione su assi cartesiani - detta anche distribuzione di Pareto - di questo fenomeno e si applica a quasi tutto: l’80% della ricchezza è in mano al 20% della popolazione più ricca. L’80% delle terre è in mano al 20% dei proprietari. L’80% dei ricavi è dato dal 20% dei libri più venduti e via dicendo, ovunque si posi l’occhio.
Nella parte sinistra della curva possiamo vedere gli hit: pochi dall’elevato valore. La parte più interessante, alla quale è dedicato il libro, è però la parte destra, ovvero la coda della curva. Questa coda non va mai a zero (la funzione è f(x) = 1/x, detta power law). La somma di tutti i profitti generati dagli oggetti nella parte destra della curva - matematicamente l’integrale = l’area sottesa dalla curva - è piuttosto sostanziosa e per i profitti annui di colossi quali netflix, amazon, rhapsody varia tra il 20% e il 40%. Ed è in crescita.
Che cosa rende possibilè tutto ciò?
A detta di Chris la long tail è resa possibile da tre fenomeni:
la produzione dell’oggetto da vendere ha un costo marginale il più possibile vicino allo zero (es. una volta creato un mp3 non costa un centesimo di più averne 100 copie o 100.000 copie)
il costo di distribuzione è una frazione molto piccola del costo dell’oggetto (es. il costo della banda per erograre un mp3 da iTunes si calcola in millesimi di $)
incontro della domanda e dell’offerta (es. avere un negozio specializzato in film horror sui vampiri non ha senso quando la possibile clientela è quella di un paese con 1.000 abitanti. Vendere online invece vuol dire aprire l’offerta a quella persona su 1000 - la nicchia - che ha un interesse spiccato per questo genere di film. Una persona su mille per cento milioni di persone fa un sacco di vendite!)
Il dibattito a seguire
Ci sono stati tre interventi che ho trovato interessanti.
Creative commons
Si è discusso su come il fenomeno della Long Tail possa essere agevolato quando la produzione del contenuto è agevolata. Tutto ciò che è considerato opera di intelletto che viene pubblicato su Web è automaticamente protetto da copyright (all right reserved), mentre la proposta - allargata al ministro Gentiloni presente in aula - sarebbe quella che fosse di pubblico dominio, a meno che non venga espressamente detto il contrario (some rights reserved). Gentiloni purtroppo ha fatto orecchie da mercante. Peccato.
iPod? No grazie
Questo fenomeno della Long Tail ha provocato un cambiamento culturale, un diverso mindset. Le persone una volta volevano uniformarsi al gusto di massa, oggi cercano il più possibile, quasi in modo ossessivo, di distinguersi per le scelte uniche che fanno. Starbucks offre 36.000 combinazioni di caffè. Zapato, il negozio online, offre 750.000 diversi tipi di scarpe, quelle che vanno per la maggiore sono nella categoria “donna + vegetariana + atletica”.
Ma allora se avere un iPod era davvero cool qualche anno fa, oggi, che ce l’hanno tutti, è diventato un prodotto di massa e la gente dovrebbe iniziare a snobbarlo. A giudicare dall’impennata delle azioni apple non si direbbe, però Chris Anderson è piuttosto convinto che succederà: il ciclo di vita di un prodotto di successo nell’era della long tail è breve. Forse è per questo che ogni due o tre minuti esce un nuovo iPod?
Intelligenza collettiva non lineare
Questa è stata la parte filosoficamente più affascinante. La rete è un infinità di informazioni, e chi porta ordine nella rete lo fa cercando di capire che cosa per i suoi utenti è più rilevante. Sempre più spesso prendiamo decisioni in base a informazioni trovate in rete. La macchina sta imparando ad ogni nostro click, ovvero a ogni nostra scelta. L’insieme di informazioni/risposte migliori sta diventando parte di un’intelligenza che risiede in un mezzo fisico all’esterno del nostro corpo, un’intelligenza collettiva ingabbiata tra server e pagine Web. La rete sta diventando il contenitore dell’intelligenza dell’essere umano. Si tratta di una intelligenza non lineare, più complessa di quella di una singola mente, e per questo non comprensibile. Faccio un esempio paradossale:
Scopro che mia moglie mi tradisce. Vado in rete e cerco una risposta alla domanda “adesso cosa devo fare?”. Supponiamo - parlo per assurdo ovviamente - che “uccidi tua moglie” sia la risposta con il maggior numero di esiti positivi (felicità) tra chi ha effettuato questa azione in passato. L’intelligenza collettiva mi suggerisce di eliminare la mia consorte, io non capisco certo il perchè, la mia mente limitata e lineare non può comprendere le conseguenze su vasta scala della scelta, così come non potrebbe capire il perchè di una mossa di scacchi di Kasparov.
Sulla non linearietà e il suo impatto filosofico / storico consiglio uno dei libri che più mi abbia appassionato leggere in questi ultimi anni: “mille anni di storia non lineare” di M. De Landa.
E questo video sul futuro della rete (googlezon ovvero google + amazon) mi fa sempre venire la pelle d’oca:
Ci sono alcuni oggetti che hanno un basso costo di produzione per unità, sono tutti uguali, ma vengono venduti a un prezzo elevato. Non sto dicendo che questo sia ingiusto, anzi. Un sacco di lavori di intelletto costano (libri, CD, DVD, scarpe e t-shirt made in china, …) non tanto perchè il supporto costi, ma perchè si sta acquistando il prodotto finale di una “lunga lavorazione”.
Quando i costi marginali sono bassi, per incentivare il passaparola, basterebbe regalare (ogni tanto, su discrezione del cassiere per esempio) una copia extra. Difficilmente qualcuno si terrà due copie dello stesso libro o della stessa maglietta. Piuttosto farà un regalo. Un regalo che ha dietro di se una storia e che quindi farà parlare.
Le persone considerano il Nuovo Marketing alla stregua di un bambinocon 50 euro in mano dal gelataio. Vogliono continuare ad aggiungere roba - biscottino, panna montanta, canditi, canella, polverina di cocco. Il sogno è semplice: “Se possiamo aggiungere abbastanza [di quella che oggi viene considerata la guarnizione più in voga], allora ogni cosa andrà a posto da sè”.
La maggior parte delle volte, nonostante il gran parlare, le aziende che provano questo tipo di approccio hanno un risultato negativo. Non riescono ad avere passaparola, traffico, attenzione o vendite. Le aziende non falliscono perchè il Web o il Nuovo Marketing non funzionano, ma perchè funzionano solo quando sono applicati all’azienda giusta. I New Media fanno una promessa ai consumatori/clienti; se l’azienda non è in grado di mantenere questa promessa allora il tentativo di promozione e di cambiamento sarà fallito.
Il Nuovo Marketing — con tutta la panna montata e i canditi che si vogliano mettere — non è magia. La vera magia avviene quando un’azienda utilizza il Nuovo Marketing per diventare qualcosa che prima non era - ovvero, non è solo il Marketing che si trasforma, ma l’intera azienda. Così come le tecnologie hanno aiutato alcuni tipi di organizzazioni lungo la Rivoluzione Industriale, allo stesso modo questo Nuovo Marketing sta guidando le giuste aziende attraverso la Rivoluzione Digitale.
Per terminare immediatamente ogni possibilità di conversazione con un adolescente basta chiedere “com’è andata a scuola oggi?”
Per uccidere ogni possibilità di dialogo con un cliente invece basta chiedere se puoi essere di aiuto. Frasi più utili sono: “posso portarle qualcosa da bere?”, “posso offrirle un caffè?”
Venerdì scorso sono stato alla conferenza Marketing Reloaded.
Lo ammetto, sono partito prevenuto. Pensavo erroneamente si trattasse della solita conferenza di markettari che riempiono l’aria con neologismi, ingelsismi ma pochi concetti. Invece ho visto cavalcare l’onda del Web 2.0, con consapevolezza, addirittura qualcuno dei conferenzieri conduce una vita Web 2.0 in prima persona.
I punti fondamentali che sono emersi dalla conferenza li riassumo brevemente:
il Web 2.0 è stato identificato con lo User Generated Content
in italia ci sono 20 mil di persone che navigano con una media di 29 accessi al mese
internet viene usato molto come supporto alle decdisioni di acquisto, i settori più interessati sono il travel, i cellulari, auto e prestiti.
Molti di questi sono anche unfluenzati dai blog (29% in italia)
ci sono diversi casi di wiki aziendali di successo, vi invito a segnalarne altri: Nokia, Banca Unicredito
lo scopo del marketing odierno è quello di creare un’esperienza co-creativa per l’utente alla ricerca di socialità e affermazione dell’individualità
gli User Generated Content generano più attenzione (e retention) dei contenuti scritti da professionisti
le aziende devono iniziare un dialogo e comprendere che la gente non ha più bisogno e voglia di ascoltare monologhi
Il CEO di JWT ha concluso con questa frase: “la pubblicità non è morta, e non morirà mai. Solo che da sola non ce la fa.”
Dal nostro canto pensiamo che il web 2.0 non sia una tecnologia, non sia nemmeno un fenomeno nuovo e ben definito. E’ semplicemente la consapevolezza che qualcosa sta cambiando, e sta cambiando perchè la gente si è rotta le palle di sentirsi dire cosa deve fare, di sentirsi raccontare storie non autentiche ogni giorno, e di non avere più alcun tipo di contatto con queste multinazionali impersonali e irraggiungibili. Dietro le multinazionali ci sono le persone, che tornino a fare le persone!
Io vi lascio invece con una frase di un ragazzo che conobbi ad Amsterdam 10 anni fa (per chi se lo chiedesse… no, il ragazzo non si chiamava Nietzsche :-)) :
“più voliamo in alto più sembriamo piccoli a coloro che non sanno volare”
Ho appena finito di leggere questo articolo molto interessante di Seth Godin, sheepwalking, e non posso fare a meno di commentare quanto scritto. L’analisi di Godin sulla società moderna riflette quello che ahimè vediamo tutti i giorni negli uffici: gente demotivata, istruita per imparare a disegnare all’interno delle righe, gente che teme il licenziamento e in modo completamente acritico esegue gli ordini che arrivano dall’alto, ben sapendo che spesso sono sbagliati, ben sapendo che non porteranno a nessun beneficio. Sempre più persone si stanno conformando al non-pensiero proprio in un epoca in cui le idee avrebbero sufficiente spazio e canali per espandersi, per fiorire.
La responsabilità principale è degli insegnanti e dei datori di lavoro. I primi hanno messo in piedi un sistema, la scuola superiore e l’università, che sono ormai monoliti autoreferenziali, privi di ogni insegnamento del senso critico. La gente non fa più domande, non ne ha più. L’università non è un posto dove si dialoga, ma un posto dove la comunicazione è monodirezionale, professore -> studente, dove vengono date un sacco di risposte a persone che dovrebbero imparare a formulare le domande. Soffocate. Non si studia più per sapere, ma per passare il test.
La stessa cosa avviene negli uffici, dove a una persona in gamba è spesso preferita una con un bel voto di laurea. Ma cosa mi dice un bel 110/110 se non che lo studente ha sempre piegato le orecchie e fatto quello che gli è stato chiesto di fare?
Qui a 10people vogliamo solo persone con una grande passione per il lavoro e per la vita. Persone che possono lavorare 20 ore al giorno quando ingranano con l’idea giusta, con una sfida avvincente, e che sanno dire, un giovedì mattina: “oggi sono stanco e non produrrò assolutamente nulla di buono. Vado in montagna che ha messo un metro di neve fresca!”
Volete ancora file di pecoroni che partono il venerdì sera o il sabato mattina, per il mare o per la montagna, per ritrovarsi tutti felicemente assieme, in fila, sheepwalking?
why everybody like so much the video “Web 2.0 … The Machine is Us/ing Us” on youtube???
I’ve received several emails and messages from friends and colleagues lately, pointing me to this resource. Puntoiformatico is talking about this video as the ultimate explanation of what web 2.0 is.
In the beginning I was skeptical about this video, but after the second time I saw it i started to appreciate it. Here is why I like it: the video is 4:31 minutes long, the first 1:20 minutes are spent to tell us what a link is and that HTML is a markup language. Thanks, good introduction. What’s so amazing in the next three minutes?
here it comes XML, and tha fact that form and content should be separated. Even if this is no news, considered that HTML is a semantic language, it has just been misused in the past. Now things are changing.
then comes blogger. Blogger brought the Web to its roots. In the beginning everybody on the net was contributing, because everybody using the net knew a little HTML. Then the medium spread and we all needed something that took people back in control. This something are blogs (blogger platform in the video). Good point.
then of course the video shows flickr and youtube and del.icio.us, a must when you talk about web 2.0
then comes the final part about content creation, participative creation, i.e. wikipedia
eventually, as in any good presentation, there’s a kinda “what to do next”: rethinking the way we are used to think about the Web. About identities. About authorship…
Definitely not bad for a 4 minutes long video, don’t you think?