“Per quanto mi riguarda vale ancora il metodo classico, per capire se un essere umano è o non è morto, ovvero tastare il polso, strizzare le palle e mettere uno specchietto sotto il naso per vedere se dentro c’è ancora qualcuno. Trovo invece ridicolo questo bisticciarsi un cadavere approfittandosi del suo smarrimento, disquisendo filosoficamente sulla sottile separazione concettuale tra la vita e la morte e facendo passare gli anni tenendolo attaccato a macchinari che lo fanno respirare, pompare, bere, mangiare e spurgare, magari muovendogli le mani con fili sottili e manovrando le mandibole per fargli emettere messaggi pubblicitari. Che poi, i casi sono due: o è davvero morto e allora stai perdendo soldi e tempo, con tutto che per un famigliare la cosa può rappresentare l’innaturale e malsano prolungamento di uno strazio senza fondo, oppure, beh, è ancora vivo. Sì, cazzo, contro ogni ragione scientifica attualmente disponibile, anche se i calcoli e le tabelle dicono che no, non può più sentire né provare niente, lui invece è lì, vivo, silenziosamente sepolto dentro se stesso per uno, due, dieci, cento anni e senza poter muovere un muscolo, senza potersi nemmeno grattare il culo, senza poter fare altro che pensare e ripensare al nero infinito. È un rischio che non farei correre a nessuno, se devo essere sincero. Sei fisicamente morto, irrimediabilmente andato? Allora io stacco tutto, bello, e ci si vede al prossimo giro.
Ma a quel punto arrivano loro, sempre loro, i non so più come insultarli, guidati dal più famoso cadavere semovente del mondo. Arrivano – ma in senso figurato, visto che fanno tutto da casa tramite un simulatore tipo Age of Empires che gira su Windows 98 – e cominciano con la solita solfa: la vita è sacra, abbasso il relativismo culturale (dove per relativismo culturale intendiamo: non avere la nostra opinione), i bambini portavano provocanti minigonne e così via. Che fa anche ridere, a pensarci, perché molta gente si fa suggerire cosa fare della propria vita da certa altra gente che della vita non ha mai avuto esperienza diretta, e infatti non oso immaginare cosa succederà quando arriveranno dal Padreterno, con il bagaglio esistenziale di un rasoio elettrico:
Il prete morto sta seduto sulla poltrona dell’ufficio di Dio. Dio esamina dei fogli con gli occhialini in punta di naso. Esami del sangue, esami del tono muscolare, dati biografici dettagliati.
Dio: ma che cazz… Prete: qualcosa che non va, Sire? Dio: ma come? Non ti sei usato. Prete: eh, ma… Dio: incredibile. Scusa, abbassati pantaloni e mutande un secondo. Prete: … Dio: avanti, su, o te li tolgo io ma passando dall’alto. Prete: uh, ok. Ecco fatto. Dio: … Prete: … Dio: c’è ancora il cellofan. Prete: è che proprio non sapevo come… Dio: bah. Mai visto sprecare così le proprie ferie. Prete: ferie? Dio: già. Comunque. Trovi elmetto, mascherina e piccozza nella stanza qui accanto. Prete: ma ci deve essere un err… Dio: il prossimo.
Veramente. Io andrei dal Papa e gli scaricherei un povero disgraziato in stato vegetale da accudire, lavare, nutrire e tutto il resto, dicendogli che, oh, ecco una vita da difendere, rimboccati le maniche (ma lui chiamerebbe un assistente per chiamare un assistente per affidare l’incarico all’aiutante di un sostituto di un maggiordomo negro).
Ma alla fine la parte più irritante sta sempre in questo pretendere di conoscere il volere di Dio alla perfezione e di interferire subito dopo sulla mia sovranità personale. Ma che ne sai, mi dico: magari Dio vorrebbe la mia anima accanto a sé nella gloria eterna del regno dei cieli e tu mi tieni qui a vegetare in un letto d’ospedale per vent’anni a guardarmi l’interno delle palpebre degli occhi. Come faccio a non odiarti? Oppure, che resta la più probabile, Dio non ha nessun volere e non ce l’ha per il semplice fatto che non esiste (o che esiste ma è un fascio di luce verde), e allora, ci arrivi da te, non mi devi rompere le palle.”
Who owns a specific knowledge in your Enterprise? How easy is it to find knowledge holders? Can you do it with a few clicks? And how do you award valuable knowledge holders?
The sad truth is that big enterprises suffer from the massiveness of their size and their burocracy. For talented, or just willing to contribute, is difficult to emerge. Managers often hire a consultant, whom skills are well known and “advertised”, without knowing they have the right people in their company, ready to shoot!
Web 2.0 teach us something: the larger the information set the easier it is to find useful information - allowing favouriting, commenting, tagging and rating important information emerges from a flat schema.
As pageRank (google trademark) brings order to the Web, skillRank can be a solution to bring order to the Enterprise.
SkillRank is an analysis algorithm that assigns a numerical weighting to each tag associated to user’s contribution, be it a document, a picture, an article, a video, … basically everything that can be tagged, rated, favourited or commented.
The idea behind skillRank algorithm is that when a user contributes to an enterprise environment she’s actually contributing for what her skills and interests are. Other users can appreciate the quality of the contribution performing certain actions on the contribute. This propagates the user herself. The algorithm is tag-centric, i.e. the user inherits the tag associated to the contribution.
The algorithm works more or less like this:
CONTENT gets tagged when published (editor tag has more value, let’s say 10 votes). The tag vote propagates to the USER (just 1 vote)
CONTENT can be tagged after other users read it. This count 1 vote (for each user tagging) for the CONTENT. This vote propagates to the USER
CONTENT can be tagged when other users save it to their “favourites”. This vote (one for each user favouriting) propagates to the USER
CONTENT gets rated: the vote propagates to the USER (-2 -1 0 +1 +2 based on the number of stars)
This algorithm is moving its first steps. Any idea or comment will be very appreciated.
Questo annuncio è dedicato a tutti coloro che cercano un’alternativa valida alle seguenti opzioni offerte ad oggi dal mercato del lavoro:
essere disoccupati
lavorare da “impiegato delle poste” 8 ore al giorno
fare lo schiavo per un’azienda 12 ore al giorno, 5/6 giorni su 7, tutto l’anno, tutta la vita
Come dire, se vuoi fare un lavoro interessante c’è un’unica soluzione, entri in un’azienda la mattina all’alba e ci esci la sera che il sole ha già fatto capolino. Tutto questo viene retribuito con un salario dignitoso, a volte anche molto buono, ma a quale prezzo? Quello di doverti costruire una vita nel rimanente giorno e mezzo della settimana rimasto a disposizione. E come si fa a costruirsi un vita in questo modo?
Noi di 10people crediamo che sia possibile lavorare 7 mesi all’anno, guadagnando il giusto e vivendo una vita dignitosa ricca di interessi. Non ci serve la BMW per stare bene, quanto piuttosto dei pomeriggi all’aria aperta, una mattinata in piscina, un martedì in snowboard, un weekend passato a lavorare con l’idea che si sta facendo qualcosa di davvero speciale e ce la si vuole mettere tutta fino in fondo, con il sorriso negli occhi e la soddisfazione per l’eccellenza che in questo modo si può mettere in ogni cosa che si fa.
Come funziona 10people? 10people è una rete di professionisti, al cui interno si creano team in base alle esigenze di un progetto. Per esempio per un sito di ecommerce serviranno: information designer, graphic designer, sviluppatori front end (che sia flash, flex, html, …), sviluppatori back-end (che programmino in php, ruby, …), SEO/ SEM strategist (che si occupino del lancio e che curino le modalità di attrazione al sito), web editor (che si occupino dei contenuti), un coordinatore di progetto (che assicuri puntualità e rispetto della qualità dell’output). Per una video installazione alcune delle persone potrebbero essere le stesse, ma il team di lavoro cambia sensibilmente.
Questo approccio ha un doppio vantaggio:
per il cliente, che non paga il ricarico del costo di una struttura fissa
per il professionista, che può decidere quando prendere progetti e impegnarsi duramente, oppure fare altro
La nostra rete si sta ampliando. Se credi di poter contribuire in qualche modo - non ti chiediamo nessun impegno fisso, in base a quanto hai voglia di lavorare e ovviamente a quanto sei capace - scrivi a marco at 10people.net mandando un portfolio con i tuoi lavori e presentandoti.
Quando un problema a due variabili è difficile, spesso, basta aggiungerne una terza per farlo diventare di banale soluzione. Ovviamente la difficoltà del problema sta nel capire che va aggiunta una terza variabile.
Faccio un esempio. Ho una bottiglia A di acqua e una B di birra. Come faccio a scambiare il contenuto delle due bottiglie? Uso una terza bottiglia C, di passaggio.
Lo stesso succede nella programmazione. Ho due variabili che voglio scambiare di valore, A(=7) e B(=5). Mi tocca anche in questo caso fare un’operazione del tipo - anche se pare che questo non sia necessario in Ruby, Python, …
C = A; (C=7)
A = B; (A=5)
B = C; (B=7)
In flatlandia, l’autore passa da due a tre dimensioni per poter far immaginare al lettore l’esistenza della quarta dimensione.
Sono tanti in rete gli esempi di business model che funzionano solo perchè esistono tre variabili, anche se spesso ci accorgiamo solo dell’esistenza di due. Sono tutti sistemi a tre partecipanti, in cui il terzo paga per entrare in un mercato fondato sulla relazione tra le altre parti, di carattere gratuito (interessante articolo a riguardo). Per esempio Google offre ai propri utenti un servizio di ricerca gratuito. Chi paga? Chi genera revenews per Google? Gli inserzionisti con adWords.
Morale della favola, se un problema a due variabili vi sembra difficile, provate per esercizio ad aggiungerne una terza.
Facebook in Italia ha raggiunto una massa critica tale che anche i media tradizionali hanno iniziato a parlarne. Mi riferisco in particolare all’articolo apparso su Internazionale, di Tom Hodgkinson, che scrive per the Guardian. La sensazione che ho avuto leggendo l’articolo è che sia stato scritto da qualcuno che conosce l’argomento per sentito dire, non per eseprienza diretta. Posso supporre che abbia addirittura aperto un account su facebook, magari anche cliccando qua e la per vedere cosa accadeva. Hodgkinson le persone preferisce incontrarle al bar, e probabilmente, per rimanere in contatto con chi non vive dietro l’angolo scrive letterine profumate. A ognuno le sue scelte per carità, ad irritarmi è semplicemente il tono arrogante e di superiorità che accomapgna tutto il pezzo, l’arroganza tipica di chi ignora le cose.
Facebook, nato nel 2004 ad opera di uno studente di Harvard, Mark Zuckerberg, è oggi una delle piattaforme di social networking di maggior successo. Ecco perchè:
è facile da usare, le funzioni base (caricare foto, scrivere a un amico, aggiungere un amico, ..) sono intuitive, le funzionalità più avanzate si imparano gradualmente
utilizza l’effetto network in modo sia implicito che esplicito
si può utilizzare da diversi device (device agnostic)
come un videogioco tiene sempre in allerta, inviando email di notifica ad ogni interazione, ovvero numerose call to action (troppe? decisamente si, ma si possono disabilitare in modo selettivo)
architettura aperta per scrivere applicazioni di terze parti
Se fossi uno studente che studia antropologia culturale, farei sicuramente la mia tesi su facebook. Anzi se qualcuno legge questo articolo e vuole fare una tesi a riguardo, l’accolgo a braccia aperte.
Non dico con ciò che Facebook sia un bene ovviamente. Sto descrivendo le caratteristiche di Facebook come un medico descriverebbe quelle di un virus. Non faccio il tifo per il virus, non sono contento quando un’applicazione mi chied di invitare degli amici ogni volta che la voglio utilizzare, non sono contento che di default qualsiasi cosa io faccia venga visualizzata nel mio profilo, nella mia history e via dicendo.
Ma soprattutto non sono contento di una caratteristica che affligge in particolare tutti coloro che utilizzano molto il computer per lavoro. Ovvero che lo stesso strumento che si usa per lavorare diventa anche uno strumento che tiene incollate le persone allo schermo per diverse altre ore nel corso della giornata, per poter promuovere le proprie “relazioni sociali”. E spesso le persone che stanno dietro queste relazioni diventano esigenti, e chiedono continue attenzioni (vi ricordate il tamagotchi? eccone una versione peer to peer), o forse semplicemente facebook amplifica, utilizzando sapientemente il fattore psicologico, la necessità di fare un salto sul sito per rispondere a impulsi inviati. Il tutto penetra sempre più nelle vite delle persone, durante l’orario di lavoro, durante una cena, durante un film, durante una conversazione…
SilverLight è il nuovo prodotto di Microsoft che fa concorrenza a Flash di Adobe. Non ho ancora avuto modo di toccare con mano nè il nuovo actionscript 3 nè il silverlight, ma credo che sarà una bella lotta e sono curioso di sapere come andrà a finire.
Flash gode di una storia ormai consolidata e di un nuovo linguaggio di programmazione davvero OOP, ha il plugin più installato della storia dei plugin, ha dettato uno standard di fatto per il video su web (non dimentichiamoci che youtube usa FLV), è ricco di componenti. Lato sviluppo l’ho sempre trovato scarso dal punto di vista del debugging, ha un’interfaccia utente (IDE) che è di coccio e specilmente su mac talvolta irritante (parlo in particolare della finestra delle action) e nasconde insidiosi bug su alpha layer, interruzione dei caricamenti, e funzioni come il setInterval…
D’altro canto MS è famosa per i suoi bug, ma mette a disposizione un’intero pacchetto che fa da concorrenza alla CS3 di Adobe. Mi sembra difficile che un intero popolo di web designer cambi dall’oggi al domani, ma stiamo a vedere (il potere dei soldi può sempre stupire). D’altronde non posso di certo dire di essere soddisfatto di dreamweaver CS3, che ogni volta che mi sposto da un tab all’altro mi fa girare la clessidra per un minuto (e le palle per più tempo ancora).
Dal sito si silverlight vedo che almeno microsoft un po’ si è sbattuta e concede gratuitamente un servizio di hosting in streaming che invece Adobe non ha mai dato e che è sempre stato il compagno sfigato di flash (Flash Media Server 2).
Che dire… il sito di Silverlight si vede bene anche su firefox (anche firefox ultimamente è diventato un chiodo… no internet explorer no, non ne voglio sapere), chissà che i tempi non stiano cambiando
Mamma diceva spesso che il congiuntivo è molto indicativo. Io, nel mio lavoro di web designer - a proposito: designer non è che disegna ma chi progetta - incontro spesso altri fattori parecchio indicativi.
Con gli anni ho imparato a diffidare di chi usa il pronome personale per riferirsi a un computer: “poi LUI prende la richiesta dell’utente”, o “l’utente inserisce username e password, poi LUI decide se farli accedere o no al sistema”. “Io ho impostato il backup, ma LUI non l’ha fatto”. Magia! Chi si riferisce al software o ai computer usando un pronome personale costituisce quasi sempre un problema per un team di progetto, nella fattispecie per i suoi interlocutori non “tecnici”.
Attenzione anche alla parola header. Rimango guardingo anche se sento pronuciare heeder (come in leader) invece che header (come in leather). Non si tratta di casi umani o di cattive persone, semplicemente di gente che ha passato la vita con il naso nei manuali di programmazione, ma che durante le vacanze all’estero ha avuto la saggia idea di non tirare fuori l’argomento.
Ci sono alcuni oggetti che hanno un basso costo di produzione per unità, sono tutti uguali, ma vengono venduti a un prezzo elevato. Non sto dicendo che questo sia ingiusto, anzi. Un sacco di lavori di intelletto costano (libri, CD, DVD, scarpe e t-shirt made in china, …) non tanto perchè il supporto costi, ma perchè si sta acquistando il prodotto finale di una “lunga lavorazione”.
Quando i costi marginali sono bassi, per incentivare il passaparola, basterebbe regalare (ogni tanto, su discrezione del cassiere per esempio) una copia extra. Difficilmente qualcuno si terrà due copie dello stesso libro o della stessa maglietta. Piuttosto farà un regalo. Un regalo che ha dietro di se una storia e che quindi farà parlare.
Ultimamente ho avuto modo di parlare con amici che lavorano in diverse agenzie1 di milano e purtroppo la situazione sembra essere comune e molto triste per tutti. Quello che successe a cavallo del 2000 fu la proliferazione delle web agency. Queste in breve tempo raccolsero (e formarono) competenze per operare su questo nuovo media: internet.
Oggi parlare di web agency fa un po’ ridere perchè è un concetto superato. Internet non opera da solo, ma in squadra con gli altri media (da cui “cross media” agency ?) per veicolare un’informazione, promuovere l’acquisto di un prodotto, creare una user experience, una community e chi più ne ha più ne metta.
Come spesso succede sono i piccoli i primi a muoversi seguiti dai grandi, che di solito o comprano i piccoli oppure aprono nuove “sezioni” all’interno dei propri uffici. Oggi ci troviamo quindi in uno scenario dove da un percorso o da un altro ci si trova a lavorare in ambienti dove il fattore internet non è più isolato, ma si comunica (dovrebbe comunicare) con il resto dell’agenzia (o con agenzie sorelle della stessa proprietà). C’e’ un problema: non basta mettere olio e uovo insieme per fare la maionese.
Ci sono poche persone che riescono a ragionare vedendo tutto l’insieme, sia per il proprio background sia per l’età. Persone più giovani, nate in un periodo in cui tv, internet, TiVo, youtube non sono cose diverse ma semplicemente canali di un unico grande immaginario telecomando non hanno blocchi mentali. Peccato che le persone giovani difficilmente dirigano delle agenzie. Mi spingo più in là: la qualità del management rasenta livelli bassissimi.
Non voglio dare tutte le colpe ai manager ma troppo spesso sento racconti che mi fanno rabbrividire, che arrivano da mille realtà diverse ma che sono tutti uguali:
“Nella nostra agenzia convivono persone della pubblicità tradizionale e di internet (chiamati a volte offline e online piuttosto che CMYK e RGB). Non si riesce mai a fare lavori assieme perchè ognuno parte per la propria strada”. “Nell’agenzia ci sono X persone che si fanno il c**o e lavorano per tutte e Y che non fanno un ca**o, e alle 18:00 gli cade la penna”. “I capi non premiano mai nessuno, non c’è meritocrazia ma solo gran pacche sulle spalle per tutti indistintamente”. “I miei capi non capiscono nemmeno che lavoro faccio”. “I miei capi non hanno idea di ciò che vendono”. “Ci sono 30 commerciali e 6 programmatori”. Il problema è serio. Molto serio. Manca cultura. A tutti i livelli, ma ai livelli più alti si sente di più. L’importante è vendere, anche se non si sa bene cosa. Non dico che dobbiamo fare tutti i buoni samaritani, però sono convinto che offrire la soluzione migliore (migliore = quella con miglior rapporto prezzo/qualità per il cliente) sia un dovere.
Dobbiamo essere ben sicuri di capirne le esigenze e correggerlo se sbaglia, quando necessario. I clienti sbagliano spessissimo perchè non conoscono la nostra materia e cercano di esprimersi come possono. Le persone navigano ogni giorno su internet, vedono cose, ma spesso ne hanno una comprensione da utenti e basta. Io potrei anche guardare il motore della mia macchina tutti i giorni, ma poi non andrei dal meccanico a dirgli mentre lavora “sposta quella rotellina lì”, “quella candela non so se la metterei là”, e “se aggiungessimo un altro po’ di cilindri non andrebbe piu’ veloce la macchina?”.
Nel medioevo sono nate le corporazioni dei mestieri. Si diffondeva cultura all’interno della corporazione. Si sperimentava. Si faceva scuola. Nacquero le prime università, spontaneamente, intorno alle persone di cultura. Questo creò col tempo una massa critica che portò alla discussione dei dogmi secolari dei filosofi del passato. Oggi il mondo del marketing e della pubblicità sta cambiando molto velocemente, c’è un sacco di gente che non lo sa o che fa finta che potrà ignorare tutto ciò per lungo tempo. Secondo me si sbagliano. Secondo me perderanno.
Se vi trovate in questa situazione fatevi sentire. C’e’ qualcuno che la pensa diversamente. Lasciate alle vostre agenzie morenti i morti viventi che hanno scambiato luoghi potenzialmente bellissimi per prigioni dove passare con noia le proprie giornate. Dovete avere le palle per farlo. Per cambiare. Siete adulti, nessuno verrà a salvarvi.
Nota 1 - “agenzie” è un sostantivo un po’ generico, ma credetemi, andando a declinarlo si entra in un guazzabuglio di termini che vanno dal generalista al ridicolo, passando dall’uso improprio: new media agency, web agency, communication agency, agenzia di pubblicità, agenzia di comunicazione, agenzia di cross media, agenzia per la realizzazione di siti internet, agenzia per la progettazione di siti internet, media & PR, agenzia internet, studio grafico web, web design and marketing, giusto per citarne alcuni (google mi ha dato una mano)