Don't los angeles personals cut and paste. Don't be in a rush to commit; just make sure you're both on the same page. That might be true, but it's not funny. Don't hide behind sunglasses or post pictures of yourself at a distance where people can barely make you out. Don't cheat once you've got a girl. Looking as if that is all you're interested in and giving the impression you're a gold digger. Don't leave yourself vulnerable because he probably has earned his title of being a bad boy. The pressure test can also be used with your legs. Eventually they may feel the same way and if they don't, again just move on. This doesn't mean that she doesn't like you. Get a friend or a professional photographer to take hundreds of photos of you smiling and laughing. It seems there's nothing you can't do online these days. Choices are hard to make choose wisely. Instead, decide who to approach based on whether their profile lets you imagine having a good relationship with them. And B. How his day went. This let's her know that you are interested in what she is saying. An online dating profile is basically who you are in the virtual world of online san antonio free dating dating. Make eye contact. Act like you aren't interested but act flirty show of the part of you that is flawless,don't worry we all have that part of us. After all, chances are many of your exes didn't share your exact tastes, and nine times out of 10, it isn't why you two broke up. Laughter is spontaneous and wells up from situations and trying to see the side to all things. It takes a mature man... Or to think if your joke is really phoenix dating sites funny! Being happy and positive to be around will win her over every time. Do be on time. These are the jokes that border on insulting or are insulting. Relationships aren't centered on sex; it's about love and passion. If you meet and form a relationship with the kids, a break-up is MUCH MORE DIFFICULT! So just be yourself and have fun! Let them know what is going on and why is it that you feel that way about them. Silence is always better than strange conversations just for the sake of talking,and don't force it because you will end up saying stupid and embarrassing which will end up ruining the moment.

Nuovo Sito Fineco: il primo passo verso il Social Trading

E’ andato online oggi il nuovo sito di Fineco Bank. Ben fatto, pulito, in grado di presentare numerose informazioni mantenendosi leggibile.

Ha sicuramente raccolto molti dei feedback arrivati dai propri utenti, utilizzando un paradigma di progettazione dal basso, che se ben controllato funziona molto bene.

Le nuove funzionalità sono parecchie:

a) la possibilità di vedere la valorizzazione del proprio patrimonio direttamente in home page, e scegliere come vederla nelle successive interazioni

b) la composizione del portafoglio con visualizzazione grafica del peso di ogni singolo titolo

c) il giudizio degli esperti e tante altre cose.

La più interessante di tutte a mio avviso è sapere quanti altri utenti in fineco possiedono un determinato titolo. E’ un primo passo verso il social trading, verso le raccomandazioni dei peer, ed eventualmente “acquisti di gruppo”, o meglio di massa, in conformità con la legge ovviamente.

Il prossimo passo sarà l’unione di home banking come Fineco con servizi come questo? Che ne pensate?

Learn with Google – 29 giu 2012 milano

Una breve sintesi per chi questa mattina si è perso il Learn with Google, in via Watt a Milano.

Ottima l’accoglienza e la location, come sempre.

Praticamente tutte le presentazioni della mattinata hanno mostrato la case history Project Re:Brief per Coca Cola, recente vincitrice a Cannes e che vi invito a vedere.

Youtube vs TV

La prima parte è stata centrata sul ruolo sempre maggiore che sta avendo youtube nella sfida alla televisione: dalla nascita di web series come quella di IKEA e Nigel and Victoria di Philips, alle caratteristiche di interattività intrinseche del canale, fino al nuovo formato true view.

Sono nati 100 canali, divisi in 18 generi di contenuto, ognuno con una programmazione giornaliera di 25 ore (eh sì… l’interattività). Esempio interessante è Allisport. Parlando di sport, da non perdere anche i video di Red Bull, tra i miei preferiti. Youtube è sempre più centrata sul canale e sempre meno sul video come esperienza e questo trend non solo continuerà ma si intensificherà in futuro.

Alcuni link di approfondimento:

Ci hanno ricordato quali sono i canali a disposizione. Due gratuiti, lo user channel e il brand channel, con limitate possibilità di personalizzazione, uno a pagamento invece il custom channel dove è possibile avere il quarto tab completamente customizzabile, in quanto ospitato all’interno di un iframe. Questo quarto tab è anche visibile anche su piattaforma mobile, occorre semplicemente creare un custom gadget per Android e uno per iOS.

Mobile e la strategia dei 4 schermi

Ha seguito una carrellata di dati sull’altissima penetrazione del mobile in Italia – 23 milioni di smartphone per fine 2012, sulla sempre più frequente fruizione simultanea di contenuti da più device contemporaneamente.

Si è parlato anche di responsive web design – domanda sollevata dal pubblico – come strategia vincente per fornire una user experience ottimale. Google stessa la indica come strategia preferita.

Tra i tool per verificare la bontà di un sito mobile è stato indicato movemobile. Interessante, semplice ed educational. Per vedere un ottimo sito, o meglio web app, sviluppata da Google ci è stato mostrato il mobile playbook. Da vedere su iPad!

Ultima chicca, che ha messo il punto esclamativo sulla mia partecipazione di stamani al Learn with Google è stata la scoperta che esiste l’app di Chrome per iphone. Inutile dire che la sto già usando al posto di safari.

Google+

Tanti auguri, la piattaforma compie un anno oggi e nel giro di pochi mesi, o al massimo stagioni, non ci sarà un singolo prodotto della galassia dei prodotti Google a non essere integrato con Google+.

I fondatori stessi di Google parlano di “social spine”, che viene attaccata ai prodotti esistenti come se venissero attaccati alla presa elettrica, diventando “plus”.

E’ seguito un tutorial sulle best practice per creare e gestire una pagina brand su Google+, nulla di nuovo ma riporto brevemente:

  1. Creare la pagina e farla verificare/ certificare da Google.
  2. Creare un link dalla pagina al proprio sito
  3. e viceversa, sotto forma di badge se possibile. L’uso del badge aumenta in media del 30-35% il numero di followers della propria pagina+
Da inizio maggio è possibile fare degli hang out on air, ovvero, oltre ai 10 partecipanti altre cerchie possono vedere in broadcasting live l’hang out. E’ un servizio disponibile a self service e gratuito. All’interno degli hang out si possono inoltre inserire delle applicazioni con cui i partecipanti possono interagire. Questo aspetto potrebbe portare alla nascita di nuovi tipi di interazioni partecipative. Sono molto curioso di scoprire quali interessanti esperienze utente ne nasceranno.
In chiusura doubleclick ha presentato una delle case più interessanti della giornata: un formato display che consente interazioni tra desktop e smartphone attraverso l’uso del QR-code. Purtroppo l’url usata in presentazione non funziona. O forse l’ho copiata male. Chissà.
Interessante? Lascia un commento qui sotto.

Google+ ha preso il meglio dei Social Network

Un primo commento a caldo: Google+ mi piace. Questa volta big G non ha inventato nulla di nuovo, si è semplicemente limitato a prendere le caratteristiche vincenti (l’abilità è stata individuarle) dei Social Network esistenti e metterle insieme.

L’interfaccia è identica a Facebook, tant’è che quando l’ho vista ho pensato al pesce d’aprile, con una importante differenza: l’importanza data ai circles. E questo a mio avviso il vero punto di forza: l’amicizia su Facebook è bidirezionale, su Google+ no.

I circles non sono altro che una mini-architettura dell’informazione aggiunta al concetto di follower e following di Twitter: ho una categorizzazione delle persone che seguo (following) e allo stesso modo i miei post compaiono nello stream delle persone che mi seguono (followers). Il fatto di poter categorizzare l’incoming stream è utilissimo, un utente Twitter lo sa benissimo: se segui 500 profili è facile perderti la maggior parte delle cose interessanti, specialmente se 4 o 5 di queste persone scrivono 50 tweet al giorno.

Non mi è piaciuta molto invece la parte di hangout (anche in questo caso non si tratta di nulla di nuovo, ma qualcosa preso da iChat e Skype) perché non è intuitiva, richiede l’installazione di un plugin, ed è settata su un valore di default (“hanging out with our circles”) che dubito sia quello che verrà utilizzato la maggior parte delle volte. Abilitare la chat solo a determinati circle è un’idea molto intelligente, invece il fatto che in automatico vengano aggiunte anche le persone che possono chattare con me su gmail, senza darmi la possibilità di disabilitare questa opzione, invece lo trovo molto stupido.

In ogni caso interessante. Stiamo a vedere cosa succede. E voi che ne pensate, come è stata la vostra prima esperienza su Google+?

EdgeRank: l’algoritmo della visibilità su Facebook

[ fonte: Everything you need to know about Facebook’s EdgeRank ]

(aggiornamento 09-07-2012: il ranking di post effettuati tramite software di terze parti, es. hootsuite, è decisamente inferiore di quello fatto da piattaforma. Fonte: http://mashable.com/2012/07/05/facebook-tab-engagement-down/)

Ultimamente il mondo dei brand sembra essere afflitto dalla “febbre dei fan” di Facebook. Il numero di fan di una pagina è considerato (spesso a torto) da molti essere il KPI più importante di una campagna. Per fortuna c’è qualcuno che sostiene una teoria opposta, quella dei mille fan. In un caso o nell’altro rimane un grosso problema aperto: perché molti dei fan di una pagina Facebook non ne vedono i post sulla propria bacheca? O meglio: perché i gli status update di una pagina Facebook finiscono nelle Top News (feed) solo di alcuni fan?

La risposta l’hanno data due sviluppatori di Facebook, Ruchi Sanghvi e Ari Steinberg, circa un anno fa all’F8, ma l’argomento sembra ritornato ad essere molto caldo in questi ultimi giorni. Condivido con voi alcune considerazioni in merito.

L’algoritmo che determina questo comportamento si chiama EdgeRank, la sua funzione è quella di determinare se un utente Facebook possa avere interesse o meno nel vedere il post di una pagina o di un amico. Con la quantità di post che vengono pubblicati ogni giorno credo che nessuno possa mettere in dubbio l’utilità di questo algoritmo.

Ma come funziona l’EdgeRank? L’algoritmo è piuttosto semplice per quanto ci è dato di sapere:

EdgeRank courtesy of The Next Web

Ovvero l’EdgeRank è la somma pesata delle azioni che un ricevente compie sui messaggi del mittente. Il “peso” nella formula è dato da due fattori: il tipo di interazione avvenuta (view, like, commento) e il tempo trascorso dall’interazione.

Esempio. Supponiamo che l’utente A abbia compiuto queste 5 azioni nei confronti dei post di della Pagina X  nelle ultime 5 settimane:

  1. like su uno status update (oggi)
  2. like su un link condiviso  (una scorsa)
  3. like su una foto o su un video (due settimane fa)
  4. commento su uno status update (tre settimane fa)
  5. commento su una foto o video (quattro settimane fa)

Il punteggio di EdgeRank sarà ottenuto sommando le azioni:

1*1*1 + 1*2*0.8 + 1*3*0.6 + 5*1*0.4 + 5*3*0.2 = 9.4

dove sono stati assegnati:

  • 1 punto per il like
  • 5 punti per i commenti
  • 1 punto agli status update
  • 2 punti ai link
  • 3 punti alle foto o video

oltre a un fattore correttivo legato al tempo, più un’azione è vecchia meno conta: 1 per oggi, 0.8 per una settimana fa, 0.6 per due settimane fa e via dicendo.

I numeri me li sono inventati, ma non sono casuali. Corrispondono infatti a quello che The Daily Beast ha scoperto conducendo un esperimento a riguardo: le interazioni con foto e video contano molto di più di quelle con condivisione di link, che a loro volta contano di più degli status update. Allo stesso modo i commenti valgono di più dei like. Inoltre le interazioni con il post fatte dagli amici – e forse anche altri utenti su Facebook – hanno anch’esse un peso. Se non volete fare i conti a mano ho scoperto uno strumento in rete che fa al caso vostro: EdgeRank checker, calcola l’EdgeRank di ogni pagina che amministrate su Facebook.

Conclusioni e Best Practice

In base a quanto scritto in questo articolo si potrebbero dare alcuni consigli a chi gestisce pagine Facebook:

  • postare con una certa frequenza, o meglio, evitare di non postare per lunghi periodi
  • condividere foto e video, preferibilmente
  • cercare l’interazione con i propri utenti, chiudendo i propri status update con delle semplici domande. Eccellente da questo punto di vista è l’esempio di Mashable che condivide link ad articoli presenti sul magazine, ma non manca mai di chiedere ai propri utenti un’opinione

How to add like/recommend Facebook button to wordpress

Yesterday Facebook announced a new set of social plugins. Here’s the code to put the like/recommend button directly in your WordPress posts. It’s very easy, just cut and paste this code into Single Post (single.php) in the theme editor:


<iframe src="http://www.facebook.com/plugins/like.php?href=<?php echo urlencode(get_permalink()); ?>&amp;layout=standard&amp;show_faces=true&amp;width=450
&amp;action=recommend&amp;font=verdana&amp;colorscheme=light" scrolling="no" frameborder="0" allowTransparency="true" style="border:none; overflow:hidden; width:450px; height:px"></iframe>

I would recommend to place it right after the post, just before the comments, which on my wordpress is the line just before

<?php comments_template(); ?>

You may visit facebook Like button to customize it further. Just remember to change, in the code provided there, the “URL to like” with < ?php echo urlencode(get_permalink()); ?> right after the ?href= and right before the & amp;

Have you found this useful? You may want to recommend it 😉
Any questions? Comment below pls.

Web Marketing: Digital PR e Brand Reputation

E’ interessante notare come due importanti aziende italiane approccino la cura della propria identità in Rete.
La prima, Esselunga, lo fa con un’efficacia encomiabile.
La seconda, Fastweb, non si preoccupa affatto della mole di proteste che genera.

In un’epoca in cui un consistente numero di consumatori si avvicina all’ecommerce o si informa online per poi acquistare in negozio, non curarsi della propria reputazione in Rete è una scelta perdente.

Spendere centomila euro in Brand Reputation online frutta di più che spenderli per qualche pubblicità sul Corriere della Sera. Oggi la percezione dei consumatori è che ciò che leggono su forum, blog autorevoli e siti speciaizzati corrisponda al Vero. Ciò che mi racconta un brand in una pubblicità può non essere vero. Se aggiungiamo anche ciò che è scritto online rimane, mentre il giornale si butta nel cestino a fine giornata, i conti sono presto fatti.

Porto ad esempio due casi, relativi a due post publicati su topusability.com, uno dove si parla negativamente di esselunga, nell’altro di fastweb.

Nel primo caso una schiera di improbabili ma credibili sostenitori, imbeccati e provocati dall’autore (io), difendono esselunga a spada tratta. I commenti vengono nella maggior parte dei casi da indirizzi IP appartenenti allo stesso network, cosa che non prova assolutamente nulla, ma che mi fa pensare che non si tratti di normali clienti sparsi qua e là per il paese, quanto piuttosto a persone che lavorano sulla Brand Reputation di Esselunga. Il post ha ricevuto 44 commenti, di cui soltanto uno negativo nei confronti di esselunga.

Situazione diametralmnte opposta per fastweb. Un articolo informativo si è presto trasformato in una caccia alle streghe, con commenti pieni di insulti e persone insoddisfatte pronte a parlar male. Fastweb non ha mai dato una risposta ufficiale – sto parlando di un articolo che si posiziona secondo su google per la kw “disdetta fastweb”, quindi piuttosto rilevante per il business di fastweb. La totale assenza di digital PR ha portato alla presenza di 118 commenti, praticamente tutti negativi.

Facebook: 99% bad?

Facebook in Italia ha raggiunto una massa critica tale che anche i media tradizionali hanno iniziato a parlarne. Mi riferisco in particolare all’articolo apparso su Internazionale, di Tom Hodgkinson, che scrive per the Guardian. La sensazione che ho avuto leggendo l’articolo è che sia stato scritto da qualcuno che conosce l’argomento per sentito dire, non per eseprienza diretta. Posso supporre che abbia addirittura aperto un account su facebook, magari anche cliccando qua e la per vedere cosa accadeva. Hodgkinson le persone preferisce incontrarle al bar, e probabilmente, per rimanere in contatto con chi non vive dietro l’angolo scrive letterine profumate. A ognuno le sue scelte per carità, ad irritarmi è semplicemente il tono arrogante e di superiorità che accomapgna tutto il pezzo, l’arroganza tipica di chi ignora le cose.

Facebook, nato nel 2004 ad opera di uno studente di Harvard, Mark Zuckerberg, è oggi una delle piattaforme di social networking di maggior successo. Ecco perchè:

  • è facile da usare, le funzioni base (caricare foto, scrivere a un amico, aggiungere un amico, ..) sono intuitive, le funzionalità più avanzate si imparano gradualmente
  • utilizza l’effetto network in modo sia implicito che esplicito
  • si può utilizzare da diversi device (device agnostic)
  • come un videogioco (gamification) tiene sempre in allerta, inviando email di notifica ad ogni interazione, ovvero numerose call to action (troppe? decisamente si, ma si possono disabilitare in modo selettivo)
  • architettura aperta per scrivere applicazioni di terze parti

Se fossi uno studente che studia antropologia culturale, farei sicuramente la mia tesi su facebook. Anzi se qualcuno legge questo articolo e vuole fare una tesi a riguardo, l’accolgo a braccia aperte.
Non dico con ciò che Facebook sia un bene ovviamente. Sto descrivendo le caratteristiche di Facebook come un medico descriverebbe quelle di un virus. Non faccio il tifo per il virus, non sono contento quando un’applicazione mi chied di invitare degli amici ogni volta che la voglio utilizzare, non sono contento che di default qualsiasi cosa io faccia venga visualizzata nel mio profilo, nella mia history e via dicendo.
Ma soprattutto non sono contento di una caratteristica che affligge in particolare tutti coloro che utilizzano molto il computer per lavoro. Ovvero che lo stesso strumento che si usa per lavorare diventa anche uno strumento che tiene incollate le persone allo schermo per diverse altre ore nel corso della giornata, per poter promuovere le proprie “relazioni sociali”. E spesso le persone che stanno dietro queste relazioni diventano esigenti, e chiedono continue attenzioni (vi ricordate il tamagotchi? eccone una versione peer to peer), o forse semplicemente facebook amplifica, utilizzando sapientemente il fattore psicologico, la necessità di fare un salto sul sito per rispondere a impulsi inviati. Il tutto penetra sempre più nelle vite delle persone, durante l’orario di lavoro, durante una cena, durante un film, durante una conversazione…

the Long Tail: Chris Anderson a Milano

Ieri – mercoledì 14 novembre 2007 – Chris Anderson era a Milano, all’hotel four season per parlare del suo libro “The Long Tail: why the future of business is selling less of more” che fa seguito all’articolo pubblicato sul magazine Wired nell’ottobre del 2004.
Ho di recente letto The Long Tail e ho pensato di non perdermi l’occasione per un dibattito aperto con Mr Anderson.

marco catani e chris anderson

Che cos’è la long Tail (lunga coda) – in breve

Per coloro che non avessero letto il libro o l’articolo di Anderson, faccio un riassunto dei punti salienti.
E’ in atto uno spostamento culturale da un mercato di massa a un mercato di nicchia. L’alba della comunicazione di massa (stampa e radio agli inizi del secolo scorso, e in seguito la TV) ha visto un’opportunità senza precedenti e l’ha sfruttata scientificamente: il costo marginale di raggiungere l’enne + 1-esimo utente/spettatore una volta raggiunto l’ennesimo è praticamente zero. Cosa vuol dire? Che fare un programma televisivo ha lo stesso costo di produzione sia che lo vedano 1.000 persone, sia che lo vedano in 100.000. Chiaramente i ricavi nel secondo caso saranno 100 volte maggiori. Come faccio quindi a massimizzare il guadagno? Faccio un programma che la maggior parte degli spettatori voglia vedere, andando a colpire il minimo comune multiplo, la più ampia intersezione dei gusti personali. Di riflesso questo porta alla nascita della cultura di massa.
La scelta limitata nello spazio (numero di canali televisivi) e nel tempo (la giornata di 24 ore) ha schiacciato il valore della diversificazione. Questo fenomeno è conosciuto come il fenomeno degli hits, dei blockbuster, dei best seller.
In questi ultimi anni, soprattutto grazie all’avvento della Rete, stiamo assistendo sempre di più a un mercato dalle scelte infinite, con economie e caratteristiche profondamente diverse da quelle del mercato di massa. Possiamo scegliere infiniti prodotti, che ci arrivano direttamente a casa o che fruiamo direttamente online, che dobbiamo solo “trovare”. La rete ha bisogno di filtri per creare ordine e permetterci di trovare quello che cerchiamo. Oggi questi filtri esistono – google docet – soprattutto nella forma di networking sociale, selezioni basate sul comportamento degli altri utenti e raccomandazioni.
La lunga curva (long tail) è la rappresentazione su assi cartesiani – detta anche distribuzione di Pareto – di questo fenomeno e si applica a quasi tutto: l’80% della ricchezza è in mano al 20% della popolazione più ricca. L’80% delle terre è in mano al 20% dei proprietari. L’80% dei ricavi è dato dal 20% dei libri più venduti e via dicendo, ovunque si posi l’occhio.

the long tail

Nella parte sinistra della curva possiamo vedere gli hit: pochi dall’elevato valore. La parte più interessante, alla quale è dedicato il libro, è però la parte destra, ovvero la coda della curva. Questa coda non va mai a zero (la funzione è f(x) = 1/x, detta power law). La somma di tutti i profitti generati dagli oggetti nella parte destra della curva – matematicamente l’integrale = l’area sottesa dalla curva – è piuttosto sostanziosa e per i profitti annui di colossi quali netflix, amazon, rhapsody varia tra il 20% e il 40%. Ed è in crescita.

Che cosa rende possibilè tutto ciò?

A detta di Chris la long tail è resa possibile da tre fenomeni:

  • la produzione dell’oggetto da vendere ha un costo marginale il più possibile vicino allo zero (es. una volta creato un mp3 non costa un centesimo di più averne 100 copie o 100.000 copie)
  • il costo di distribuzione è una frazione molto piccola del costo dell’oggetto (es. il costo della banda per erograre un mp3 da iTunes si calcola in millesimi di $)
  • incontro della domanda e dell’offerta (es. avere un negozio specializzato in film horror sui vampiri non ha senso quando la possibile clientela è quella di un paese con 1.000 abitanti. Vendere online invece vuol dire aprire l’offerta a quella persona su 1000 – la nicchia – che ha un interesse spiccato per questo genere di film. Una persona su mille per cento milioni di persone fa un sacco di vendite!)

Il dibattito a seguire

Ci sono stati tre interventi che ho trovato interessanti.

Creative commons

Si è discusso su come il fenomeno della Long Tail possa essere agevolato quando la produzione del contenuto è agevolata. Tutto ciò che è considerato opera di intelletto che viene pubblicato su Web è automaticamente protetto da copyright (all right reserved), mentre la proposta – allargata al ministro Gentiloni presente in aula – sarebbe quella che fosse di pubblico dominio, a meno che non venga espressamente detto il contrario (some rights reserved). Gentiloni purtroppo ha fatto orecchie da mercante. Peccato.

iPod? No grazie

Questo fenomeno della Long Tail ha provocato un cambiamento culturale, un diverso mindset. Le persone una volta volevano uniformarsi al gusto di massa, oggi cercano il più possibile, quasi in modo ossessivo, di distinguersi per le scelte uniche che fanno. Starbucks offre 36.000 combinazioni di caffè. Zapato, il negozio online, offre 750.000 diversi tipi di scarpe, quelle che vanno per la maggiore sono nella categoria “donna + vegetariana + atletica”.
Ma allora se avere un iPod era davvero cool qualche anno fa, oggi, che ce l’hanno tutti, è diventato un prodotto di massa e la gente dovrebbe iniziare a snobbarlo. A giudicare dall’impennata delle azioni apple non si direbbe, però Chris Anderson è piuttosto convinto che succederà: il ciclo di vita di un prodotto di successo nell’era della long tail è breve. Forse è per questo che ogni due o tre minuti esce un nuovo iPod?

Intelligenza collettiva non lineare

Questa è stata la parte filosoficamente più affascinante. La rete è un infinità di informazioni, e chi porta ordine nella rete lo fa cercando di capire che cosa per i suoi utenti è più rilevante. Sempre più spesso prendiamo decisioni in base a informazioni trovate in rete. La macchina sta imparando ad ogni nostro click, ovvero a ogni nostra scelta. L’insieme di informazioni/risposte migliori sta diventando parte di un’intelligenza che risiede in un mezzo fisico all’esterno del nostro corpo, un’intelligenza collettiva ingabbiata tra server e pagine Web. La rete sta diventando il contenitore dell’intelligenza dell’essere umano. Si tratta di una intelligenza non lineare, più complessa di quella di una singola mente, e per questo non comprensibile. Faccio un esempio paradossale:
Scopro che mia moglie mi tradisce. Vado in rete e cerco una risposta alla domanda “adesso cosa devo fare?”. Supponiamo – parlo per assurdo ovviamente – che “uccidi tua moglie” sia la risposta con il maggior numero di esiti positivi (felicità) tra chi ha effettuato questa azione in passato. L’intelligenza collettiva mi suggerisce di eliminare la mia consorte, io non capisco certo il perchè, la mia mente limitata e lineare non può comprendere le conseguenze su vasta scala della scelta, così come non potrebbe capire il perchè di una mossa di scacchi di Kasparov.
Sulla non linearietà e il suo impatto filosofico / storico consiglio uno dei libri che più mi abbia appassionato leggere in questi ultimi anni: “mille anni di storia non lineare” di M. De Landa.
E questo video sul futuro della rete (googlezon ovvero google + amazon) mi fa sempre venire la pelle d’oca:

Marketing su costi marginali

Ci sono alcuni oggetti che hanno un basso costo di produzione per unità, sono tutti uguali, ma vengono venduti a un prezzo elevato. Non sto dicendo che questo sia ingiusto, anzi. Un sacco di lavori di intelletto costano (libri, CD, DVD, scarpe e t-shirt made in china, …) non tanto perchè il supporto costi, ma perchè si sta acquistando il prodotto finale di una “lunga lavorazione”.
Quando i costi marginali sono bassi, per incentivare il passaparola, basterebbe regalare (ogni tanto, su discrezione del cassiere per esempio) una copia extra. Difficilmente qualcuno si terrà due copie dello stesso libro o della stessa maglietta. Piuttosto farà un regalo. Un regalo che ha dietro di se una storia e che quindi farà parlare.

New Media, New Marketing

leggi l’articolo completo by Seth

Le persone considerano il Nuovo Marketing alla stregua di un bambinocon 50 euro in mano dal gelataio. Vogliono continuare ad aggiungere roba – biscottino, panna montanta, canditi, canella, polverina di cocco. Il sogno è semplice: “Se possiamo aggiungere abbastanza [di quella che oggi viene considerata la guarnizione più in voga], allora ogni cosa andrà a posto da sè”.
La maggior parte delle volte, nonostante il gran parlare, le aziende che provano questo tipo di approccio hanno un risultato negativo. Non riescono ad avere passaparola, traffico, attenzione o vendite. Le aziende non falliscono perchè il Web o il Nuovo Marketing non funzionano, ma perchè funzionano solo quando sono applicati all’azienda giusta. I New Media fanno una promessa ai consumatori/clienti; se l’azienda non è in grado di mantenere questa promessa allora il tentativo di promozione e di cambiamento sarà fallito.
Il Nuovo Marketing — con tutta la panna montata e i canditi che si vogliano mettere — non è magia. La vera magia avviene quando un’azienda utilizza il Nuovo Marketing per diventare qualcosa che prima non era – ovvero, non è solo il Marketing che si trasforma, ma l’intera azienda. Così come le tecnologie hanno aiutato alcuni tipi di organizzazioni lungo la Rivoluzione Industriale, allo stesso modo questo Nuovo Marketing sta guidando le giuste aziende attraverso la Rivoluzione Digitale.