November 17th, 2008 — interaction design by Marco
User Experience 2008 - 16 Nov
Un breve rissunto della giornata, per chi non c’era.
Relatori: Jakob Nielsen, Hoa Loranger and Kara Pernice
Introduzione
Un po’ di consigli utili in base agli ultimi studi di ricerca. Buona notizia è che l’usabilità dei siti migliora di anno in anno sia come percentuale di task completati con successo sia come tempo impiegato per concluderli.
Nell’89% dei casi (fonte: User Experience 2008) gli utenti cominciano la propria navigazione da un motore di ricerca. Il 25% delle volte da qui raggiungono la home page, il 75% una pagina interna. Questi dati rivelano una diminuita preponderanza della home page sulle altre pagine del sito; ne segue che ancora maggior attenzione vada posta nella progettazione delle pagine interne.
Sui motori id ircerca il 95% degli utenti non procede oltre la prima pagina (i primi 10 risultati, di solito), e solo il 48% scolla la pagina per vedere i risultati non immediatamente visibili (fonte: User Experience 2008).
E’ aumentato l’uso della scrollbar: nel 70% dei casi gli utenti scoprono altro contenuto se la pagina è più lunga dello schermo (fonte: User Experience 2008).
La lunghezza delle stringhe di ricerca nell’ 82% dei casi è inferiore ai 30 caratteri, con una prevalenza - moda - di 18/21 caratteri. Jakob Nielsen consiglia vivamente di lasciare abbastanza spazio affichè l’utente possa leggere per intero tutto quanto viene scritto nel box di ricerca.
E infine la borsa: il valore di un utente:
- 1.31$ se proviene da da motori di ricerca, risutati organici
- 1.91$ se viene da un link sponsorizzato
- $5.69 se raggiunge il sito scrivendo l’indirizzo o richiamandolo dal bookmark
Fidelizzare gli utenti sembra essere un buon investimento.
L’usabilità dei contenuti
Grande enfasi è stata posta sui contenuti e la posizione dell’utente al centro, invece che l’azienda che costruisce/finanzia il sito, nelle scelte di design. Questo porta a ragionare come l’utente e fornire contenuti a lei utili all’utente (vedi task analysis & flow), usando un linguaggio comprensibile, scrivendo frasi brevi, e senza essere autocelebrativi. In modo particolare i relatori sono soffermati sui seguenti elementi di interfaccia:
- link e titoli
- testi
- immagini
- messaggi di errore
Il testo dei link o dei titoli deve essere una promessa fatta all’utente: deve raccontare cosa “succede poi”, deve permettere all’utente di predire cosa stia dall’altra parte del link o quale sia il contenuto di ciò che segue un titolo. In passato ho letto spesso che “click here” è cattivo design, oggi Jakob Nielsen ha affermato che “more…” e “read more…” lo sono altrettanto. Gli oggetti prominenti dovrebbero essere cliccabili. L’area di click il più grossa possibile. Ovviamente per Nielsen i link sono blu e sottolineati, ma con gli anni si è ammorbidito e oggi accetta anche link non blu. Purchè sottolineati.
I testi devono essere formattati, possibilmente non usare parole inutili o complesse. La Nielsen Norman Group ci ricorda che poco meno della metà degli utenti Web (per l’esattezza il 43% - fonte: User Experience 2008) hanno una scolarizzazione non sufficiente per:
- sintetizzare informazioni contenute su più pagine
- confrontare informazioni complesse (es. le caratteristiche di diverse carte di credito)
- determinare causa ed effetto
- riconoscere lo scopo dell’autore
Inoltre, nella scrittura dei testi, è importante sapere che le persone leggono tipicamente:
- le prime due parole del titolo
- i primi due elementi di una lista
- le prime due riche di una pagina o di un paragrafo
- i due primi risultati di tornati da un motore di ricerca
se non trovano ciò che cercano passano oltre. Questa viene chiamata la regola del 2.
Altro punto fondamentale è la consitenza della struttura tra contenuti omogenei. Quindi se state ad esempio decidendo per struttura delle pagine che descrive i corsi della User Experience 2008, per esempio “Fundamental Guidelines for Web Usability“, allora potete optare per: what you will learn, course outline, format, handouts, who should attend, …
Le immagini hanno un ruolo importante. Così come il testo deve avere un buon contrasto con lo sfondo, le immagini devono risaltare il prorio messaggio. Interessante scoprire che siamo interessati (rivelazioni fornite da test fatti con eyetracking) alle immagini di altre persone, specialmente volti sorridenti che guardano direttamente in camera, e tendiamo a focalizzare lo sguardo in particolare sulle parti intime. Anche degli animali :-O
Le immagini devono comunicare, invece che essere delle blande risposte alla richiesta fatta al team di designer: “questo sito è triste, mettete un po’ di immagini per renderlo cool“.
I messaggi d’errore vanno posti vicini all’errore. Un indizio dovrebbe essere dato vicino a dove l’utente ha cliccato per procedere. I messaggi devono essere ben visibili e aiutare l’utente a risolvere l’errore. Se fosse possibile poi far si che non sembrino scritti da un automa (”errore: nome utente non valido”, con voce metallica) tanto di guadagnato.
Task analysis & flow
L’altro argomento importante affrontato oggi è come guidare l’utente attraverso una serie di decisioni, ovvero come farlo navigare sul nostro sito. Innanzi tutto bisogna iniziare a capire quali sono i bisogni dell’utente e formularli come se fossero compiti da svolgere (task). Fatta una lista di questi si va a lavorare in modo particolare su quelli che interessano anche a noi, ovvero a chi commissiona il sito.
Due esempi portati sono stati www.cheese.com e www.robbinsbros.com, rispettivamente un sito sui formaggi e uno sugli anelli di fidanzamento. In entrabe i casi è stato fatto notare l’ottimo lavoro fatto per cercare di capire come guidare l’utente nella scelta.
Altro ottimo lavoro è la homepage di jetblue dove non compaiono informazioni inutili e frasi autocelebrative, e gli utenti possono immediatamente iniziare a fare quello per cui sono arrivati. Anche la scelta del posto a sedere è estremamente intuitiva e inserita nel flusso di navigazione.
La regola dei tre click invece è una “cagata pazzesca” come direbbe Fantozzi. Inizialmente era stata data come regola generale per cercare di limitare i danni dovuti a un cattivo design. Il PKI (Key Performance Indicator) corretto non è quanti click fa l’utente per completare il task, ma quanto costa, in termini di sforzo mentale e di tempo, la catena dei click.
Il tempo speso in una navigazione per lo shopping online, nel caso di acquisto emozionale di prodotti, per una desired exploration del sito, non conta in termini di sforzo mentale: è un piacere.
I click fatti per rivelare nuovi elementi di interfaccia quando occorrono, non vengono percepiti come frustranti dagli utenti che navigano, ma forniscono una progressive disclosure delle informazioni, che compaiono al momento giusto.
Standard
Jakob Nielsen riprende la parola in chiusura e ci ricorda di seguire gli standard e ci parla di innovazione. Utilizzare gli standard porta ad avere utenti che si sono a proprio agio, senza stare a reinventare la ruota tutte le volte. Gli utenti vogliono trovare le cose nei posti dove sono soliti trovarle, beneficiando di una consistenza sia all’interno del singolo sito, sia tra altri siti analoghi.
Nielsen racconta alcuni siti e fornisce un po’ di esempi. Un sano ripasso: “il box di ricerca in alto a destra, fatto solo di un campo per il testo e il bottone Cerca. Anche Vai va bene ma Cerca è meglio…”. Diciamo maestrino e un po’conservatore sul finale.
Mi sorprendono infatti le slide sull’innovazione, anche se anticipate dall’ammonizione “Pioneering can be Dangerous Business“.
Innovazione descritta con due equazioni:
- new designs + usable = become standard
- new designs + unusable = expire
Proprio come avviene per le lingue: un nuovo termine (innovazione) inizia a diffondersi; i più lo trovano utile e lo comprendono; questo crea un nuovo standard che diventa parte della lingua stessa (new usable designs become standard).
Ma non siate troppo ottimisti sull’innovazione, pare che l’evoluzione del comportamento degli utenti sul Web e delle Guidelines si stia stabilizzando.

July 28th, 2008 — generale by Marco
Riporto l’articolo del mitico Chinaski. Questa volta ha superato se stesso! In meglio.
Se si potesse governare il paese da dietro un blog mi augurerei che si candidasse alle prossime elezioni.
Wololo
“Per quanto mi riguarda vale ancora il metodo classico, per capire se un essere umano è o non è morto, ovvero tastare il polso, strizzare le palle e mettere uno specchietto sotto il naso per vedere se dentro c’è ancora qualcuno. Trovo invece ridicolo questo bisticciarsi un cadavere approfittandosi del suo smarrimento, disquisendo filosoficamente sulla sottile separazione concettuale tra la vita e la morte e facendo passare gli anni tenendolo attaccato a macchinari che lo fanno respirare, pompare, bere, mangiare e spurgare, magari muovendogli le mani con fili sottili e manovrando le mandibole per fargli emettere messaggi pubblicitari. Che poi, i casi sono due: o è davvero morto e allora stai perdendo soldi e tempo, con tutto che per un famigliare la cosa può rappresentare l’innaturale e malsano prolungamento di uno strazio senza fondo, oppure, beh, è ancora vivo. Sì, cazzo, contro ogni ragione scientifica attualmente disponibile, anche se i calcoli e le tabelle dicono che no, non può più sentire né provare niente, lui invece è lì, vivo, silenziosamente sepolto dentro se stesso per uno, due, dieci, cento anni e senza poter muovere un muscolo, senza potersi nemmeno grattare il culo, senza poter fare altro che pensare e ripensare al nero infinito. È un rischio che non farei correre a nessuno, se devo essere sincero. Sei fisicamente morto, irrimediabilmente andato? Allora io stacco tutto, bello, e ci si vede al prossimo giro.
Ma a quel punto arrivano loro, sempre loro, i non so più come insultarli, guidati dal più famoso cadavere semovente del mondo. Arrivano – ma in senso figurato, visto che fanno tutto da casa tramite un simulatore tipo Age of Empires che gira su Windows 98 – e cominciano con la solita solfa: la vita è sacra, abbasso il relativismo culturale (dove per relativismo culturale intendiamo: non avere la nostra opinione), i bambini portavano provocanti minigonne e così via. Che fa anche ridere, a pensarci, perché molta gente si fa suggerire cosa fare della propria vita da certa altra gente che della vita non ha mai avuto esperienza diretta, e infatti non oso immaginare cosa succederà quando arriveranno dal Padreterno, con il bagaglio esistenziale di un rasoio elettrico:
Il prete morto sta seduto sulla poltrona dell’ufficio di Dio. Dio esamina dei fogli con gli occhialini in punta di naso. Esami del sangue, esami del tono muscolare, dati biografici dettagliati.
Dio: ma che cazz…
Prete: qualcosa che non va, Sire?
Dio: ma come? Non ti sei usato.
Prete: eh, ma…
Dio: incredibile. Scusa, abbassati pantaloni e mutande un secondo.
Prete: …
Dio: avanti, su, o te li tolgo io ma passando dall’alto.
Prete: uh, ok. Ecco fatto.
Dio: …
Prete: …
Dio: c’è ancora il cellofan.
Prete: è che proprio non sapevo come…
Dio: bah. Mai visto sprecare così le proprie ferie.
Prete: ferie?
Dio: già. Comunque. Trovi elmetto, mascherina e piccozza nella stanza qui accanto.
Prete: ma ci deve essere un err…
Dio: il prossimo.
Veramente. Io andrei dal Papa e gli scaricherei un povero disgraziato in stato vegetale da accudire, lavare, nutrire e tutto il resto, dicendogli che, oh, ecco una vita da difendere, rimboccati le maniche (ma lui chiamerebbe un assistente per chiamare un assistente per affidare l’incarico all’aiutante di un sostituto di un maggiordomo negro).
Ma alla fine la parte più irritante sta sempre in questo pretendere di conoscere il volere di Dio alla perfezione e di interferire subito dopo sulla mia sovranità personale. Ma che ne sai, mi dico: magari Dio vorrebbe la mia anima accanto a sé nella gloria eterna del regno dei cieli e tu mi tieni qui a vegetare in un letto d’ospedale per vent’anni a guardarmi l’interno delle palpebre degli occhi. Come faccio a non odiarti? Oppure, che resta la più probabile, Dio non ha nessun volere e non ce l’ha per il semplice fatto che non esiste (o che esiste ma è un fascio di luce verde), e allora, ci arrivi da te, non mi devi rompere le palle.”
June 26th, 2008 — generale by Marco
Questo annuncio è dedicato a tutti coloro che cercano un’alternativa valida alle seguenti opzioni offerte ad oggi dal mercato del lavoro:
- essere disoccupati
- lavorare da “impiegato delle poste” 8 ore al giorno
- fare lo schiavo per un’azienda 12 ore al giorno, 5/6 giorni su 7, tutto l’anno, tutta la vita
Come dire, se vuoi fare un lavoro interessante c’è un’unica soluzione, entri in un’azienda la mattina all’alba e ci esci la sera che il sole ha già fatto capolino. Tutto questo viene retribuito con un salario dignitoso, a volte anche molto buono, ma a quale prezzo? Quello di doverti costruire una vita nel rimanente giorno e mezzo della settimana rimasto a disposizione. E come si fa a costruirsi un vita in questo modo?
Noi di 10people crediamo che sia possibile lavorare 7 mesi all’anno, guadagnando il giusto e vivendo una vita dignitosa ricca di interessi. Non ci serve la BMW per stare bene, quanto piuttosto dei pomeriggi all’aria aperta, una mattinata in piscina, un martedì in snowboard, un weekend passato a lavorare con l’idea che si sta facendo qualcosa di davvero speciale e ce la si vuole mettere tutta fino in fondo, con il sorriso negli occhi e la soddisfazione per l’eccellenza che in questo modo si può mettere in ogni cosa che si fa.
Come funziona 10people? 10people è una rete di professionisti, al cui interno si creano team in base alle esigenze di un progetto. Per esempio per un sito di ecommerce serviranno: information designer, graphic designer, sviluppatori front end (che sia flash, flex, html, …), sviluppatori back-end (che programmino in php, ruby, …), SEO/ SEM strategist (che si occupino del lancio e che curino le modalità di attrazione al sito), web editor (che si occupino dei contenuti), un coordinatore di progetto (che assicuri puntualità e rispetto della qualità dell’output). Per una video installazione alcune delle persone potrebbero essere le stesse, ma il team di lavoro cambia sensibilmente.
Questo approccio ha un doppio vantaggio:
- per il cliente, che non paga il ricarico del costo di una struttura fissa
- per il professionista, che può decidere quando prendere progetti e impegnarsi duramente, oppure fare altro
La nostra rete si sta ampliando. Se credi di poter contribuire in qualche modo - non ti chiediamo nessun impegno fisso, in base a quanto hai voglia di lavorare e ovviamente a quanto sei capace - scrivi a marco at 10people.net mandando un portfolio con i tuoi lavori e presentandoti.
May 11th, 2008 — generale by Marco
Quando un problema a due variabili è difficile, spesso, basta aggiungerne una terza per farlo diventare di banale soluzione. Ovviamente la difficoltà del problema sta nel capire che va aggiunta una terza variabile.
Faccio un esempio. Ho una bottiglia A di acqua e una B di birra. Come faccio a scambiare il contenuto delle due bottiglie? Uso una terza bottiglia C, di passaggio.
Lo stesso succede nella programmazione. Ho due variabili che voglio scambiare di valore, A(=7) e B(=5). Mi tocca anche in questo caso fare un’operazione del tipo - anche se pare che questo non sia necessario in Ruby, Python, …
C = A; (C=7)
A = B; (A=5)
B = C; (B=7)
In flatlandia, l’autore passa da due a tre dimensioni per poter far immaginare al lettore l’esistenza della quarta dimensione.
Sono tanti in rete gli esempi di business model che funzionano solo perchè esistono tre variabili, anche se spesso ci accorgiamo solo dell’esistenza di due. Sono tutti sistemi a tre partecipanti, in cui il terzo paga per entrare in un mercato fondato sulla relazione tra le altre parti, di carattere gratuito (interessante articolo a riguardo). Per esempio Google offre ai propri utenti un servizio di ricerca gratuito. Chi paga? Chi genera revenews per Google? Gli inserzionisti con adWords.
Morale della favola, se un problema a due variabili vi sembra difficile, provate per esercizio ad aggiungerne una terza.
April 22nd, 2008 — generale by Marco
Who owns a specific knowledge in your Enterprise? How easy is it to find knowledge holders? Can you do it with a few clicks? And how do you award valuable knowledge holders?
The sad truth is that big enterprises suffer from the massiveness of their size and their burocracy. For talented, or just willing to contribute, is difficult to emerge. Managers often hire a consultant, whom skills are well known and “advertised”, without knowing they have the right people in their company, ready to shoot!
Web 2.0 teach us something: the larger the information set the easier it is to find useful information - allowing favouriting, commenting, tagging and rating important information emerges from a flat schema.
As pageRank (google trademark) brings order to the Web, skillRank can be a solution to bring order to the Enterprise.
SkillRank is an analysis algorithm that assigns a numerical weighting to each tag associated to user’s contribution, be it a document, a picture, an article, a video, … basically everything that can be tagged, rated, favourited or commented.
The idea behind skillRank algorithm is that when a user contributes to an enterprise environment she’s actually contributing for what her skills and interests are. Other users can appreciate the quality of the contribution performing certain actions on the contribute. This propagates the user herself. The algorithm is tag-centric, i.e. the user inherits the tag associated to the contribution.
The algorithm works more or less like this:
- CONTENT gets tagged when published (editor tag has more value, let’s say 10 votes). The tag vote propagates to the USER (just 1 vote)
- CONTENT can be tagged after other users read it. This count 1 vote (for each user tagging) for the CONTENT. This vote propagates to the USER
- CONTENT can be tagged when other users save it to their “favourites”. This vote (one for each user favouriting) propagates to the USER
- CONTENT gets rated: the vote propagates to the USER (-2 -1 0 +1 +2 based on the number of stars)
This algorithm is moving its first steps. Any idea or comment will be very appreciated.

April 20th, 2008 — generale by Marco
Facebook in Italia ha raggiunto una massa critica tale che anche i media tradizionali hanno iniziato a parlarne. Mi riferisco in particolare all’articolo apparso su Internazionale, di Tom Hodgkinson, che scrive per the Guardian. La sensazione che ho avuto leggendo l’articolo è che sia stato scritto da qualcuno che conosce l’argomento per sentito dire, non per eseprienza diretta. Posso supporre che abbia addirittura aperto un account su facebook, magari anche cliccando qua e la per vedere cosa accadeva. Hodgkinson le persone preferisce incontrarle al bar, e probabilmente, per rimanere in contatto con chi non vive dietro l’angolo scrive letterine profumate. A ognuno le sue scelte per carità, ad irritarmi è semplicemente il tono arrogante e di superiorità che accomapgna tutto il pezzo, l’arroganza tipica di chi ignora le cose.
Facebook, nato nel 2004 ad opera di uno studente di Harvard, Mark Zuckerberg, è oggi una delle piattaforme di social networking di maggior successo. Ecco perchè:
- è facile da usare, le funzioni base (caricare foto, scrivere a un amico, aggiungere un amico, ..) sono intuitive, le funzionalità più avanzate si imparano gradualmente
- utilizza l’effetto network in modo sia implicito che esplicito
- si può utilizzare da diversi device (device agnostic)
- come un videogioco tiene sempre in allerta, inviando email di notifica ad ogni interazione, ovvero numerose call to action (troppe? decisamente si, ma si possono disabilitare in modo selettivo)
- architettura aperta per scrivere applicazioni di terze parti
Se fossi uno studente che studia antropologia culturale, farei sicuramente la mia tesi su facebook. Anzi se qualcuno legge questo articolo e vuole fare una tesi a riguardo, l’accolgo a braccia aperte.
Non dico con ciò che Facebook sia un bene ovviamente. Sto descrivendo le caratteristiche di Facebook come un medico descriverebbe quelle di un virus. Non faccio il tifo per il virus, non sono contento quando un’applicazione mi chied di invitare degli amici ogni volta che la voglio utilizzare, non sono contento che di default qualsiasi cosa io faccia venga visualizzata nel mio profilo, nella mia history e via dicendo.
Ma soprattutto non sono contento di una caratteristica che affligge in particolare tutti coloro che utilizzano molto il computer per lavoro. Ovvero che lo stesso strumento che si usa per lavorare diventa anche uno strumento che tiene incollate le persone allo schermo per diverse altre ore nel corso della giornata, per poter promuovere le proprie “relazioni sociali”. E spesso le persone che stanno dietro queste relazioni diventano esigenti, e chiedono continue attenzioni (vi ricordate il tamagotchi? eccone una versione peer to peer), o forse semplicemente facebook amplifica, utilizzando sapientemente il fattore psicologico, la necessità di fare un salto sul sito per rispondere a impulsi inviati. Il tutto penetra sempre più nelle vite delle persone, durante l’orario di lavoro, durante una cena, durante un film, durante una conversazione…
March 25th, 2008 — snowboard - video by Marco
February 4th, 2008 — seo - motori di ricerca by marcuzzer
I’m out of the office (and the world in general) until March 4th as I
try to relax my way through Argentina, applying sunscreen than can
block radiation rays and trying things I’ve never done before.
I won’t be online for the next few weeks, but I hope I’ll see you back
here when I get back.
Try not to miss me too much and play nice. I leave you with the words
of Einstein: Reality is merely an illusion, albeit a very persistent
one.
Love,
Marco
January 17th, 2008 — seo - motori di ricerca by Marco
Aggiornamento della barretta verde di google porta la home page di 10people ad avere un pageRank 6. Risultato inatteso che per certi versi non ci spieghiamo nemmeno. E’ proprio vero che ormai il pageRank non conta più nulla 
January 16th, 2008 — interaction design by Marco
Chi disegna interfacce di applicazioni di utilizzo quotidiano (sistemi di home banking, client di posta, word processor, applicazioni per call center e via dicendo) dovrebbe tenere a mente questi due comportamenti tipici degli utenti:
- la tendenza a usare un limitato set di funzionalità - ognuno le sue
- la ripetitività delle scelte effettuate in termini di visualizzazione dei dati
Queste considerazioni aiutano l’interaction designer a progettare applicazioni che aumentino le performance dell’utente e riducano l’overload mentale.
Vediamo un paio di esempi:
1) L’home page dell’applicazione dovrebbe riportare, salvo rare controindicazioni, la lista delle ultime n attività svolte o quelle svolte più di frequente.
Sul mio sito di home banking per esempio vorrei vedere:
- bonifico
- pagamento F24
- movimenti ultimo mese
- bonifico internazionale
Queste sono le operazioni che effettuo più frequentemente.
2) Se l’applicazione offre diverse modalità di presentazione dei dati allora dovrebbe ricordare le scelte effettuate quando l’utente accede nuovamente alla piattaforma.
Sempre parlando di home banking mi viene in mente l’analisi tecnica di un titolo; le scelte in questo caso sono numerose, si possono modificare gli intervalli temporali, la forma del grafico (candela, lineare, …), le medie mobili e numerosi altri indicatori. Pensate se queste scelte dovessere essere ripetute ad ogni accesso, quanto tempo sprecato!