Quando un problema a due variabili è difficile, spesso, basta aggiungerne una terza per farlo diventare di banale soluzione. Ovviamente la difficoltà del problema sta nel capire che va aggiunta una terza variabile.
Faccio un esempio. Ho una bottiglia A di acqua e una B di birra. Come faccio a scambiare il contenuto delle due bottiglie? Uso una terza bottiglia C, di passaggio.
Lo stesso succede nella programmazione. Ho due variabili che voglio scambiare di valore, A(=7) e B(=5). Mi tocca anche in questo caso fare un’operazione del tipo - anche se pare che questo non sia necessario in Ruby, Python, …
C = A; (C=7)
A = B; (A=5)
B = C; (B=7)
In flatlandia, l’autore passa da due a tre dimensioni per poter far immaginare al lettore l’esistenza della quarta dimensione.
Sono tanti in rete gli esempi di business model che funzionano solo perchè esistono tre variabili, anche se spesso ci accorgiamo solo dell’esistenza di due. Sono tutti sistemi a tre partecipanti, in cui il terzo paga per entrare in un mercato fondato sulla relazione tra le altre parti, di carattere gratuito (interessante articolo a riguardo). Per esempio Google offre ai propri utenti un servizio di ricerca gratuito. Chi paga? Chi genera revenews per Google? Gli inserzionisti con adWords.
Morale della favola, se un problema a due variabili vi sembra difficile, provate per esercizio ad aggiungerne una terza.
Facebook in Italia ha raggiunto una massa critica tale che anche i media tradizionali hanno iniziato a parlarne. Mi riferisco in particolare all’articolo apparso su Internazionale, di Tom Hodgkinson, che scrive per the Guardian. La sensazione che ho avuto leggendo l’articolo è che sia stato scritto da qualcuno che conosce l’argomento per sentito dire, non per eseprienza diretta. Posso supporre che abbia addirittura aperto un account su facebook, magari anche cliccando qua e la per vedere cosa accadeva. Hodgkinson le persone preferisce incontrarle al bar, e probabilmente, per rimanere in contatto con chi non vive dietro l’angolo scrive letterine profumate. A ognuno le sue scelte per carità, ad irritarmi è semplicemente il tono arrogante e di superiorità che accomapgna tutto il pezzo, l’arroganza tipica di chi ignora le cose.
Facebook, nato nel 2004 ad opera di uno studente di Harvard, Mark Zuckerberg, è oggi una delle piattaforme di social networking di maggior successo. Ecco perchè:
è facile da usare, le funzioni base (caricare foto, scrivere a un amico, aggiungere un amico, ..) sono intuitive, le funzionalità più avanzate si imparano gradualmente
utilizza l’effetto network in modo sia implicito che esplicito
si può utilizzare da diversi device (device agnostic)
come un videogioco tiene sempre in allerta, inviando email di notifica ad ogni interazione, ovvero numerose call to action (troppe? decisamente si, ma si possono disabilitare in modo selettivo)
architettura aperta per scrivere applicazioni di terze parti
Se fossi uno studente che studia antropologia culturale, farei sicuramente la mia tesi su facebook. Anzi se qualcuno legge questo articolo e vuole fare una tesi a riguardo, l’accolgo a braccia aperte.
Non dico con ciò che Facebook sia un bene ovviamente. Sto descrivendo le caratteristiche di Facebook come un medico descriverebbe quelle di un virus. Non faccio il tifo per il virus, non sono contento quando un’applicazione mi chied di invitare degli amici ogni volta che la voglio utilizzare, non sono contento che di default qualsiasi cosa io faccia venga visualizzata nel mio profilo, nella mia history e via dicendo.
Ma soprattutto non sono contento di una caratteristica che affligge in particolare tutti coloro che utilizzano molto il computer per lavoro. Ovvero che lo stesso strumento che si usa per lavorare diventa anche uno strumento che tiene incollate le persone allo schermo per diverse altre ore nel corso della giornata, per poter promuovere le proprie “relazioni sociali”. E spesso le persone che stanno dietro queste relazioni diventano esigenti, e chiedono continue attenzioni (vi ricordate il tamagotchi? eccone una versione peer to peer), o forse semplicemente facebook amplifica, utilizzando sapientemente il fattore psicologico, la necessità di fare un salto sul sito per rispondere a impulsi inviati. Il tutto penetra sempre più nelle vite delle persone, durante l’orario di lavoro, durante una cena, durante un film, durante una conversazione…
I’m out of the office (and the world in general) until March 4th as I
try to relax my way through Argentina, applying sunscreen than can
block radiation rays and trying things I’ve never done before.
I won’t be online for the next few weeks, but I hope I’ll see you back
here when I get back.
Try not to miss me too much and play nice. I leave you with the words
of Einstein: Reality is merely an illusion, albeit a very persistent
one.
Aggiornamento della barretta verde di google porta la home page di 10people ad avere un pageRank 6. Risultato inatteso che per certi versi non ci spieghiamo nemmeno. E’ proprio vero che ormai il pageRank non conta più nulla
Chi disegna interfacce di applicazioni di utilizzo quotidiano (sistemi di home banking, client di posta, word processor, applicazioni per call center e via dicendo) dovrebbe tenere a mente questi due comportamenti tipici degli utenti:
la tendenza a usare un limitato set di funzionalità - ognuno le sue
la ripetitività delle scelte effettuate in termini di visualizzazione dei dati
Queste considerazioni aiutano l’interaction designer a progettare applicazioni che aumentino le performance dell’utente e riducano l’overload mentale.
Vediamo un paio di esempi:
1) L’home page dell’applicazione dovrebbe riportare, salvo rare controindicazioni, la lista delle ultime n attività svolte o quelle svolte più di frequente.
Sul mio sito di home banking per esempio vorrei vedere:
bonifico
pagamento F24
movimenti ultimo mese
bonifico internazionale
Queste sono le operazioni che effettuo più frequentemente.
2) Se l’applicazione offre diverse modalità di presentazione dei dati allora dovrebbe ricordare le scelte effettuate quando l’utente accede nuovamente alla piattaforma.
Sempre parlando di home banking mi viene in mente l’analisi tecnica di un titolo; le scelte in questo caso sono numerose, si possono modificare gli intervalli temporali, la forma del grafico (candela, lineare, …), le medie mobili e numerosi altri indicatori. Pensate se queste scelte dovessere essere ripetute ad ogni accesso, quanto tempo sprecato!
Nutro un forte interesse per l’interaction design ormai diversi anni, più precisamente da quando ho seguito le indimenticabili lezioni della prof.sa Xristine Faulkner alla South Bank University di Londra, nel lontano 1999/2000.
In questi ultimi mesi l’interesse si è trasformato in passione sia per la scoperta di alcuni articoli e libri interessanti sia per il coinvolgimento professionale.
Vi segnalo:
progettare applicazioni Web: hub, wizard e guide (parte 1, parte 2)
We got used to see paypal donate button on quite a few websites:
If you’re a paypal subscriber it’s quite easy and fast to make a donation: click on the button, select an amount from your account and in less than one minute you’re finished.
There’s a new way which is becoming quite popular these days: use google adwords to make donations. How? Well it’s even easier than with paypal and much less expensive for the user.
Google adwords model is well understood: when you click on a google adwords the advertiser pays for the click, the revenue is shared between google and the site owner.
When visiting a website with extremely useful content - or that offers very good services for free - generally you can find some google adwords boxes. Just click on one of those and you are donating money to the website owner. Easy, innit?!
Ieri - mercoledì 14 novembre 2007 - Chris Anderson era a Milano, all’hotel four season per parlare del suo libro “The Long Tail: why the future of business is selling less of more” che fa seguito all’articolo pubblicato sul magazine Wired nell’ottobre del 2004.
Ho di recente letto The Long Tail e ho pensato di non perdermi l’occasione per un dibattito aperto con Mr Anderson.
Che cos’è la long Tail (lunga coda) - in breve
Per coloro che non avessero letto il libro o l’articolo di Anderson, faccio un riassunto dei punti salienti.
E’ in atto uno spostamento culturale da un mercato di massa a un mercato di nicchia. L’alba della comunicazione di massa (stampa e radio agli inizi del secolo scorso, e in seguito la TV) ha visto un’opportunità senza precedenti e l’ha sfruttata scientificamente: il costo marginale di raggiungere l’enne + 1-esimo utente/spettatore una volta raggiunto l’ennesimo è praticamente zero. Cosa vuol dire? Che fare un programma televisivo ha lo stesso costo di produzione sia che lo vedano 1.000 persone, sia che lo vedano in 100.000. Chiaramente i ricavi nel secondo caso saranno 100 volte maggiori. Come faccio quindi a massimizzare il guadagno? Faccio un programma che la maggior parte degli spettatori voglia vedere, andando a colpire il minimo comune multiplo, la più ampia intersezione dei gusti personali. Di riflesso questo porta alla nascita della cultura di massa.
La scelta limitata nello spazio (numero di canali televisivi) e nel tempo (la giornata di 24 ore) ha schiacciato il valore della diversificazione. Questo fenomeno è conosciuto come il fenomeno degli hits, dei blockbuster, dei best seller.
In questi ultimi anni, soprattutto grazie all’avvento della Rete, stiamo assistendo sempre di più a un mercato dalle scelte infinite, con economie e caratteristiche profondamente diverse da quelle del mercato di massa. Possiamo scegliere infiniti prodotti, che ci arrivano direttamente a casa o che fruiamo direttamente online, che dobbiamo solo “trovare”. La rete ha bisogno di filtri per creare ordine e permetterci di trovare quello che cerchiamo. Oggi questi filtri esistono - google docet - soprattutto nella forma di networking sociale, selezioni basate sul comportamento degli altri utenti e raccomandazioni.
La lunga curva (long tail) è la rappresentazione su assi cartesiani - detta anche distribuzione di Pareto - di questo fenomeno e si applica a quasi tutto: l’80% della ricchezza è in mano al 20% della popolazione più ricca. L’80% delle terre è in mano al 20% dei proprietari. L’80% dei ricavi è dato dal 20% dei libri più venduti e via dicendo, ovunque si posi l’occhio.
Nella parte sinistra della curva possiamo vedere gli hit: pochi dall’elevato valore. La parte più interessante, alla quale è dedicato il libro, è però la parte destra, ovvero la coda della curva. Questa coda non va mai a zero (la funzione è f(x) = 1/x, detta power law). La somma di tutti i profitti generati dagli oggetti nella parte destra della curva - matematicamente l’integrale = l’area sottesa dalla curva - è piuttosto sostanziosa e per i profitti annui di colossi quali netflix, amazon, rhapsody varia tra il 20% e il 40%. Ed è in crescita.
Che cosa rende possibilè tutto ciò?
A detta di Chris la long tail è resa possibile da tre fenomeni:
la produzione dell’oggetto da vendere ha un costo marginale il più possibile vicino allo zero (es. una volta creato un mp3 non costa un centesimo di più averne 100 copie o 100.000 copie)
il costo di distribuzione è una frazione molto piccola del costo dell’oggetto (es. il costo della banda per erograre un mp3 da iTunes si calcola in millesimi di $)
incontro della domanda e dell’offerta (es. avere un negozio specializzato in film horror sui vampiri non ha senso quando la possibile clientela è quella di un paese con 1.000 abitanti. Vendere online invece vuol dire aprire l’offerta a quella persona su 1000 - la nicchia - che ha un interesse spiccato per questo genere di film. Una persona su mille per cento milioni di persone fa un sacco di vendite!)
Il dibattito a seguire
Ci sono stati tre interventi che ho trovato interessanti.
Creative commons
Si è discusso su come il fenomeno della Long Tail possa essere agevolato quando la produzione del contenuto è agevolata. Tutto ciò che è considerato opera di intelletto che viene pubblicato su Web è automaticamente protetto da copyright (all right reserved), mentre la proposta - allargata al ministro Gentiloni presente in aula - sarebbe quella che fosse di pubblico dominio, a meno che non venga espressamente detto il contrario (some rights reserved). Gentiloni purtroppo ha fatto orecchie da mercante. Peccato.
iPod? No grazie
Questo fenomeno della Long Tail ha provocato un cambiamento culturale, un diverso mindset. Le persone una volta volevano uniformarsi al gusto di massa, oggi cercano il più possibile, quasi in modo ossessivo, di distinguersi per le scelte uniche che fanno. Starbucks offre 36.000 combinazioni di caffè. Zapato, il negozio online, offre 750.000 diversi tipi di scarpe, quelle che vanno per la maggiore sono nella categoria “donna + vegetariana + atletica”.
Ma allora se avere un iPod era davvero cool qualche anno fa, oggi, che ce l’hanno tutti, è diventato un prodotto di massa e la gente dovrebbe iniziare a snobbarlo. A giudicare dall’impennata delle azioni apple non si direbbe, però Chris Anderson è piuttosto convinto che succederà: il ciclo di vita di un prodotto di successo nell’era della long tail è breve. Forse è per questo che ogni due o tre minuti esce un nuovo iPod?
Intelligenza collettiva non lineare
Questa è stata la parte filosoficamente più affascinante. La rete è un infinità di informazioni, e chi porta ordine nella rete lo fa cercando di capire che cosa per i suoi utenti è più rilevante. Sempre più spesso prendiamo decisioni in base a informazioni trovate in rete. La macchina sta imparando ad ogni nostro click, ovvero a ogni nostra scelta. L’insieme di informazioni/risposte migliori sta diventando parte di un’intelligenza che risiede in un mezzo fisico all’esterno del nostro corpo, un’intelligenza collettiva ingabbiata tra server e pagine Web. La rete sta diventando il contenitore dell’intelligenza dell’essere umano. Si tratta di una intelligenza non lineare, più complessa di quella di una singola mente, e per questo non comprensibile. Faccio un esempio paradossale:
Scopro che mia moglie mi tradisce. Vado in rete e cerco una risposta alla domanda “adesso cosa devo fare?”. Supponiamo - parlo per assurdo ovviamente - che “uccidi tua moglie” sia la risposta con il maggior numero di esiti positivi (felicità) tra chi ha effettuato questa azione in passato. L’intelligenza collettiva mi suggerisce di eliminare la mia consorte, io non capisco certo il perchè, la mia mente limitata e lineare non può comprendere le conseguenze su vasta scala della scelta, così come non potrebbe capire il perchè di una mossa di scacchi di Kasparov.
Sulla non linearietà e il suo impatto filosofico / storico consiglio uno dei libri che più mi abbia appassionato leggere in questi ultimi anni: “mille anni di storia non lineare” di M. De Landa.
E questo video sul futuro della rete (googlezon ovvero google + amazon) mi fa sempre venire la pelle d’oca:
[Nota: vi ricordate il numero di pagine tornate da google per la ricerca ?
al 30 ott 2007: 1.200 circa.
al 30 nov 2007: 9.380]
Non si tratta di quattro sberle in padella, di pugnali volanti, o di una rievocazione in chiave moderna dell’ A-team. Qui si parla proprio di sberle volanti. Ma cosa sono queste sberle volanti? E’ facile, anche quest’anno è iniziata la gara di posizionamento per gli studenti del master in Web Design, che consiste nel posizionare un sito o un blog per questa parola chiave.
Il compito ha un esempio puramente didattico e serve a far toccare con mano agli studenti alcune tecniche di SEO. Serve loro a capire quali sono i fattori importanti per un buon posizionamento. Il corso non è finalizzato alla creazione di provetti SEO, quanto piuttosto alla comprensione delle tematiche legate ai motori di ricerca nel ciclo di vita del (re)design di un sito.
Speditemi i link i vostri siti. Provvederò a pubblicarli in questo articolo. Un link per iniziare non fa male.